Trascrivo una nota di Gianluca Cstriciano ( che ringrazio ) nella quale vi sono contenuti dei dati.Sono dei " numeri aridi " ...ma in essi vi è racchiuso la storia di uno sterminio. Tengo a sottolineare che questi dati provengono da un quotidiano di Firenze.Riguardo ai festeggiamenti per l’unità d'Iitalia mi viene in mente una riflessione, analizzando i 150 anni in cui la Sicilia fa parte dell‘Italia.
Partendo dal 1861 la Sicilia ha subito 3 stati d’assedio, cioè l’invio dell’esercito a cui venne data mano libera, i massacri furono immensi e non colpirono solo la Sicilia ma anche il sud italia, vennero deportati 40.000 giovani meridionali solo nella fortezza di Fenestrelle (Piemonte)dove vennero lasciati morire di stenti e successivamente sciolti nella calce viva.
In pochi mesi dopo la discesa piemontese al sud ecco alcune statistiche :
Morti fucilati istantaneamente: 1.841;
morti fucilati dopo poche ore: 7.127;
feriti: 10.604;
prigionieri: 6112;
sacerdoti fucilati: 54
frati fucilati: 22;
case incendiate: 918
paesi incendiati: 5
amiglie perquisite: 2.903
chiese saccheggiate: 12
ragazzi uccisi: 60
donne uccise: 48
individui arrestati: 13.629
comuni insorti: 1.428
”Il Contemporaneo” di Firenze di quel periodo in una statistica di soli nove mesi di reazioni nelle province meridionali.
E questo è solo una parte dei massacri perpetrati dai piemontesi in Sicilia e nel sud Italia.
Nel 1866 insorse la città di Palermo ed in sette giorni e mezzo l’esercito piemontese massacrò 10.000 persone.
Nel 1891 nascono i “Fasci Siciliani” che altro non erano che rivendicazioni per migliori condizioni di lavoro, nel 1894 l’italia non trova di meglio da fare che mandare di nuovo l’esercito approvando un altro stato d’assedio, reprimendo i fasci nel sangue.
Dopo il 1870 inizia la grande emigrazioni della gente del sud e della Sicilia, milioni di persone sono costrette ad emigrare in tutto il mondo per il totale impoverimento della loro terra, emorragia di persone mai finita che continua ancora ai giorni nostri.
1915 l’Italia partecipa alla I guerra mondiale, costringendo milioni di persone a partecipare ad una guerra senza conoscerne neanche i motivi, con milioni di morti, con la distruzione di migliaia di famiglie.
Poi ci sono le guerre coloniali, e naturalmente fummo costretti a parteciparvi, ed anche li migliaia di morti.
1940 II guerra mondiale ed anche qui i Siciliani e la gente del Sud furono costretti a parteciparvi, il risultato di una guerra senza senso, a noi portò milioni di morti e molte città rase al suolo, un esempio su tutti la quasi distruzione dopo i bombardamenti della città di Messina.
1946 dopo uno scatto d’orgoglio del popolo Siciliani, la Sicilia che voleva dopo tutto questo l’indipendenza riuscì ad ottenere l’approvazione dello Statuto Speciale della Regione Siciliana che concedeva grandi autonomie alla Sicilia equiparandola ad un quasi stato, ma questo Statuto in 63 non E’ STATO MAI APPLICATO.
Dopo gli anni 50 la Sicilia ha subito la costruzione di ben 3 raffinerie petrolifere che servono l’intera italia e che raffinano il 60% dell’intero fabbisogno petrolifero italiano, con la promessa di uno sviluppo industriale, che invece ha portato solo inquinamento e morte con la devastazione di interi territori, senza nessun beneficio per il popolo siciliano, anzi con la sottrazzione di milioni di euro circa una decina l’anno con la non applicazione dell’art.37 dello statuto siciliano.
In tutto questo periodo naturalmente l'emigrazione continua senza conoscere soste.Ai giorni nostri si parla della costruzione di una centrale nucleare in Sicilia con il seppellimento delle pericolosissime scorie nucleari nelle cave di zolfo abbandonate al centro della Sicilia. Centrale nucleare che naturalmente non serve ai siciliani i quali già producono un surplus di energia pari a quasi il 10 % che naturalmente doniamo all’italia, come anche forniamo il gas proveniente dalla Libia e dall’Algeria mandandolo fino a Roma, naturalmente anche qui senza nessun beneficio per il popolo siciliano.
C’è la volontà anche di costruire 4 super-mega inceneritori che brucino il quadruplo della spazzatura prodotta in Sicilia, con la conseguente produzione di energia, anche qui tutto per l’italia senza nessun beneficio per la Sicilia anzi con il peggioramento delle condizioni ambientali per il popolo Siciliano.
Il risultato di 150 anni di unità d’Italia, hanno portato la Sicilia ad essere la regione più povera d’italia e la quarta più povera d’Europa.La Sicilia ed il sud d’italia hanno veramente poco da festeggiare, anzi credo proprio che sia un vero e proprio lutto.
giovedì 17 settembre 2009
Le responsabilità dello Stato, o comunque di suoi apparati istituzionali, nello smaltimento nei mari meridionali dei rifiuti radioattivi
E’ recente la notizia del ritrovamento di una nave, affondata nelle acque calabresi, carica di rifiuti tossici e radioattivi. Pare che il ritrovamento sia avvenuto grazie alle rivelazioni del pentito mafioso Francesco Fonti, il quale ha dato le necessarie informazioni e descrizioni del natante per il relativo ritrovamento. E’ fin qui, senza nulla togliere all’enorme gravità del fatto, non scandalizza, o quantomeno non sorprende l’apprendere che la “paternità” dell’azione criminosa, è riconducibile alle note organizzazioni criminali (mafia, ‘ndrangheta, camorra ecc.). Quello che invece dovrebbe lasciare “sconvolti”, “esterefatti”, indignati e sdegnati (non tanto in verità gli Indipendentisti Siciliani e gli Autonomisti, che ormai hanno sviluppato da tempo la capacità di guardare “oltre il sipario” e quindi non si scandalizzano né si sorprendono più alla “abituale” vista di tali “oscenità”), è che, secondo quanto riferisce un articolo della rivista “Terra”, i fatti erano ben noti alle autorità istituzionali, se è vero, come è vero, che il “terrone” Nuccio Barillà, storico esponente di Legambiente Calabria, assieme al laziale Enrico Fontana, denunciarono a Francesco Neri - a quel tempo giovane sostituto della allora Pretura di Reggio, un presunto traffico di rifiuti tossici e nocivi trasportati dal Nord Europa e destinati allo smaltimento in territorio calabrese e nell’area del Mar Tirreno antistante. Ma ciò che deve più sconvolgere, è che, nonostante il magistrato incaricato delle indagini fece un buon lavoro, tanto da acclarare l’esistenza del disegno criminale di smaltimento dei rifiuti radioattivi, ed accertare l’effettivo affondamento di una nave nella zona indicata, IL CASO FU COMUNQUE ARCHIVIATO!!! La motivazione ufficiale fu che “mancava la sicurezza che il carico fosse di rifiuti i radioattivi. In sostanza, mancava il “corpo del reato”. Pare che, invece, il motivo sostanziale dell’archiviazione, sia stata una certa “pressione” esercitata sulla magistratura da certi servizi segreti, con la regia, sullo sfondo, di un losco personaggio (ma “nobile” in quanto “padano”) di Busto Arsizio (Lombardia). Pensate cari fratelli e sorelle siciliane, che nella citata denuncia di Legambiente alla procura calabrese, era stata allegata una cartografia con la localizzazione di tutti i presunti “affondamenti” delle “navi spazzatura”, da cui risulta un inquietante costellazione di punti intorno alla Calabria ed alle Sicilia. Addirittura, due di questi presunti scarichi sarebbero avvenuti in prossimità dello stretto di messina, ossia in una zona di mare che bagna aree ad altissima densità abitativa. Non risulta che gli “scarichi” abbiano invece interessato aree marine del civilissimo ed evolutissimo Nord Italia. Ecco quindi l’ennesima prova, qualora ce ne fosse stato bisogno, di come i servizi segreti italiani, e di riflesso anche quelli stranieri (visto che ai loro “colleghi” italiani sta bene), si prestano a politiche criminali contro le comunità meridionali italiane, senza porsi il minimo scrupolo, pur di far acquisire profitti, sulla nostra pelle, alla "pseudoborghesia" nordista . L’ennesima dimostrazione che il vero “cancro” per le nostre comunità meridionali ed in particolare per la Sicilia, é proprio l’appartenenza a questo “criminale” sistema italiano, di cui, mafia, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, banda della magliana ecc. ecc., sono solo le orripilanti creature.
di Antonino Macula
di Antonino Macula
Gli strumenti della democrazia partecipata in Sicilia
Nel rispondere alla domanda postata nella bacheca del gruppo "referendum per l'indipendenza Sicilia" dal Carissimo Pietro Di Caro, colgo l'occasione per introdurre una utile discussione sugli strumenti di democrazia partecipata utilizzabili nell'ambito della Regione Siciliana, nonché per sviluppare alcune riflessioni sulla utilità e finalità di questo specifico gruppo e dell’iniziativa che ne sta alla base. L'amico Di Caro chiede quante firme occorrono per l'attivazione di un Referendum nella Regione Siciliana. Risposta: il referendum in Sicilia è disciplinato dalla LEGGE REGIONALE N. 1 DEL 10-02-2004, la quale prevede che per la relativa indizione sono necessarie 50.000 firme di elettori siciliani, oppure la deliberazione di tre consigli provinciali rappresentativi di almeno il quindici per cento degli abitanti della Regione o di quaranta consigli comunali rappresentativi di almeno un decimo degli abitanti della Regione secondo i dati dell'ultimo censimento ufficiale. Va a riguardo precisato che la citata legge regionale disciplina solo (manco a dirlo) il referendum abrogativo, senza affatto fare riferimento alle opzioni propositiva e consultiva che pure sono previste all'art. 13 bis dello Statuto Siciliano. A questo punto occorre aprire una oppoaruna “parentesi”. Grazie ad una specifica legge dello Stato Italiano, di cui in questo momento non ricordo gli estremi, i nostri "graziosi sovrani italioti" hanno sostanzialmente "disinnescato" tutti gli articoli del nostro Statuto. Tale norma rimanda infatti l'applicabilità delle prescrizioni dei diversi articoli statutari, a specifiche leggi attuative, senza le quali gli articoli dello Statuto Siciliano sono inapplicabili. Il perché di questa subdola strategia italiota è fin troppo chiaro: una volta “distrutta” (con illegittima e “criminosa” sentenza della Corte Costituzionale Italiana) l’ALTA CORTE prevista all’art. 24 dello Statuto Siciliano, tutte le norme emanate dall’Assemblea Regionale sono sottoposte alla “mattanza” del Commissario di Stato (al soldo del governo italiano), il quale provvede alla sostanziale “eliminazione” di tutte le iniziative legislative regionali “sgradite” ai “sovrani italioti”.Ciò premesso, nel caso specifico dell’art. 13 bis dello Statuto Siciliano, viene quindi da chiedersi: perché il legislatore regionale ha preferito disciplinar SOLO il referendum abrogativo e non TUTTO il citato articolo che comprende anche i referendum propositivi e consultivi???. E qui le risposte possono esser solo due (salvo una terza che è composizione delle prime due): 1) o il legislatore regionale, temendo la mannaia del Commissario di Stato, ha preferito mantenersi nell’ambito delle prerogative riconosciute indistintamente a TUTTE le regioni italiane a prescindere dalla specialità dello Statuto Siciliano; 2) oppure, interviene ancora una volta il carattere ascarico delle nostre rappresentanze politiche regionali, che, per dovere di servilismo nei confronti del “padrone”, hanno per l’ennesima volta “venduto” lo Statuto Siciliano ed il Popolo Siciliano ai “sovrani italici”. Ma torniamo alla tematica iniziale: il referendum abrogativo. Ovviamente nel caso specifico di questo gruppo, il referendum dovrebbe riguardare la famigerata “legge” che ha previsto l’annessione “plebiscitaria” della Sicilia ad Ducato Savoia (ricordo che il Ducato Savoia divenne Regno solo perché alla fine usurpò il titolo ai Borboni). (Breve parentesi sull’ignobile menzogna storica del “plebiscito”: i Siciliani erano tanto contenti di aderire all’Italia che il giorno dopo la proclamazione dell’annessione si rivoltarono in massa contro i Savoia (1861), i quali, nel “nobile” intento di “imporre” la loro “liberazione” a quei poveri “villici” che di “libertà” non capivano nulla, si videro “costretti”, poverini, a trucidare decine di migliaia di “zotici Siciliani”, che sin da allora erano degli sporchi “terroni”, comprese donne, anziani, bambini, preti e frati). E’ fin troppo ovvio che, allo stato delle cose un tale referendum ha natura essenzialmente “provocatoria”. Sia perché, in atto, il popolo Siciliano, purtroppo, si trova ancora è in massima parte “narcotizzato” dalla ultrasecolare propaganda italiota (anche se recentemente si notano importantissimi “segnali di risveglio”). Sia perché allo stato, in assenza delle garanzie istituzionali dell’ALTA CORTE, lo Stato italiano si affretterebbe a far dichiarare incostituzionale il referendum dalla Corte Costituzionale Italiana. Laddove quindi si volesse procedere formalmente al referendum ci si dovrebbe battere, propedeuticamente, per la reistituzione dell’Alta Corte di Sicilia.Ma allora a cosa serve portare avanti OGGI l’iniziativa di questo gruppo? Essa serve in buona sostanza a far sapere ai “sovrani italici” che: NOI Sicilani (almeno tutti quelli che condividono questa iniziativa), siamo perfettamente consci e consapevoli delle vostre IGNOBILI MENZOGNE che ci avete ostinatamente e continuamente propagandato. Sia di quelle storiche che di quelle attuali. Siamo perfettamente consci e consapevoli che dietro l’ipocrita parvenza di buonismo che ci fate “studiare” sui VOSTRI libri di storia e che ci propinate a ripetizione con i vostri organi di stampa e le vostre televisioni di regime, c’è l’inequivocabile, ignobile e ripugnante intento di distruggere il nostro popolo e di sfruttare, sino all’ultima briciola, le risorse della nostra terra e riducendoci sostanzialmente alla fame, attraverso le più becere, vigliacche ed indegne strategie, come l’uso delle organizzazioni mafiose e l’alimentazione dei circuiti clientalari, antimeritocratici ed ascarici della stessa politica regionale.
di Antonino Macula
di Antonino Macula
sabato 5 settembre 2009
"Memorie" di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa:quarta parte
Quarta parte dell'importante documento gentilmente concesso dal Fratello Santo Trovato.Storia del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, raccontata dal comandante dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci")Morto Canepa, una parte degli indipendentisti era per il mantenimento della legalità; l’altra, per la ristrutturazione dell’esercito e per la lotta clandestina fino a quando non avessimo ottenuto l’indipendenza. «Mentre ero in clandestinità, a Palermo, avvenne un episodio che mi riguardò personalmente: incontrai un personaggio dell’Intelligence Service, un uomo di grande prestigio, tuttora in vita (1974, ndr). Parlando con questo personaggio io cercai di sondare l’opinione inglese a proposito dell’indipendentismo per il quale noi stavamo combattendo. Si può immaginare come parla un inglese che fa parte dell’Intelligence Service.Ebbene, senza alcun giro di parole quest’uomo, che, ripeto, è ancora vivo ma di cui non posso fare il nome, quest’uomo inglese cominciò a parlare della tradizionale amicizia tra Sicilia e Inghilterra, di Nelson e così via. Poi continuò, e disse pressappoco: “Sa, evidentemente noi stiamo con l’occhio molto vigile sui movimenti come quello in cui lei opera. Siamo molto vigili soprattutto qui in Sicilia tenuto conto della posizione dell’isola. Un nostro intervento, un intervento dell’Inghilterra e dell’America, può tuttavia essere giustificato a una condizione: che ci sia un fatto, qualcosa di irreversibile che possa giustificare una nostra presa di posizione”.Il discorso mi sembrò chiarissimo. Anche se noi, se io non avevo preso accordi ad alto livello, anche se io ero all’oscuro di accordi tra i capi del Movimento e alleati, accordi che, credo, non ci siano mai stati perché se no Andrea Finocchiaro Aprile me ne avrebbe messo al corrente, anche se io non ero ufficialmente informato di accordi tra alleati e indipendentisti, quello mi sembrò, mi parve, un incoraggiamento. L’altro episodio lo narrerò più avanti.Torniamo, pertanto, a Canepa. In effetti, questi forzando alcune posizioni di legalitarismo, costituì l’Evis, l’esercito, e decise la dislocazione dell’esercito nella zona di Cesarò, che si trovava al confine con due province ed era circondata di boschi. Le divise vennero improvvisate con materiale americano acquistato al mercato nero. Quanto alle armi, non possedevamo che quelle che avevamo tolto ai militari della Sabauda al tempo della sfida e alcuni mitra e fucili che Canepa aveva recuperato presso un contadino che venne minacciato di fucilazione se non li avesse consegnati. Proprio così. Canepa sapeva che il contadino possedeva quelle armi. E quando l’uomo negò, lui ordinò a due suoi uomini di scavare una fossa e di fucilarlo. Naturalmente il contadino ci diede tutto. Ma l’esercito di Canepa non combatté nessuna battaglia. Perché il comandante dell’Evis venne ucciso in un agguato dai carabinieri reali, la mattina del 17 giugno 1945.L’avevo visto la sera precedente, il sedici. Doveva andare a Francavilla per recuperare un certo contingente di armi. Per conto mio avrei dovuto acquistare un certo numero di divise americane che dovevano servire per “vestire” le giovani reclute dell’Evis.Il 17 giugno, mentre stavo per lasciare Catania, ricevetti una telefonata da Guglielmo duca di Carcaci, comandante della Lega Giovanile e comandante generale dell’Evis. Mi disse: “Hanno ammazzato Canepa. Non ti muovere. Ti verrò a prendere io”.Partimmo insieme verso Cesarò e ci rifugiammo nella ducea di Nelson, presso Bronte. Trascorsi alcuni giorni, arrivò un’automobile. Alla guida c’era un ammiraglio della marina degli Stati Uniti. Accanto una bella signora. Dietro, Guglielmo di Carcaci con in testa un cappello da commodoro. Entrai in fretta e furia nell’automobile, m’infilai una giacca da ammiraglio degli Stati Uniti, misi in testa il berretto da commodoro e l’automobile s’avviò. La città era circondata da polizia e carabinieri. Un vero presidio con posti di blocco ovunque.Ovunque uomini e barriere che si alzavano solo dopo che la polizia aveva controllato i documenti di chi voleva lasciare la città. Noi arrivammo al posto di blocco di Ognina. L’ammiraglio si fece riconoscere e la pattuglia dei carabinieri con un perfetto saluto aprì la barriera.Ecco, questo è il secondo episodio che mi diede personalmente la misura della simpatia che il Movimento godeva presso gli alleati.E infatti la sera stessa, dopo una sosta con colazione a Taormina, giungemmo a Palermo, dove, insieme col duca di Carcaci, restammo ospiti a Villa Wittinger, che era la sede del comando alleato in Sicilia. A Villa Wittinger incontrai l’uomo dell’Intelligence Service inglese, il personaggio che mi avrebbe dato con le sue allusioni una conferma tangibile alle supposizioni che avevo fatto durante il tragitto da Catania a Palermo. Carcaci mi aveva detto che il merito di quel passaggio sull’auto dell’ammiraglio spettava alla nobildonna siciliana che aveva viaggiato con noi. Un fatto di galanteria? Probabile. Ma l’ammiraglio galante doveva essere sicuro che, qualora la cosa fosse stata scoperta, lui non avrebbe avuto nulla da temere. In sostanza, si sentiva coperto.Morto Antonio Canepa, l’Evis era rimasto senza comandante. A Palermo dove ero stato accompagnato dall’ammiraglio americano, cominciai a prendere i contatti con tutti gli indipendentisti. Dopo essere rimasto due giorni a Villa Wittinger mi trasferii in casa dell’avvocato Sirio Rossi, un socialista indipendentista che allora abitava nella zona dell’Uditore, una zona nella quale alle sei di sera non si poteva già uscire.Gli accordi di Yalta, avvenuti nel febbraio precedente, avevano già determinato alcuni ripensamenti fra le nostre file. Era già rientrato Togliatti dalla Russia; c’era già il governo di Parri; i partiti si erano ricomposti. E tra noi erano cominciate le incrinature.La riunione decisiva venne tenuta nella villa di Lucio Tasca, già sindaco di Palermo, a Mondello. Una parte degli indipendentisti era per il mantenimento della legalità e per la definitiva rinuncia a un’operazione armata. L’altra era per la ristrutturazione dell’esercito e per la lotta clandestina fino a quando non avessimo ottenuto l’indipendenza. Io cercai di rompere gli indugi. Chiesi che non soltanto venisse ricostruito l’Evis ma che tutti i presenti s’impegnassero a firmare un documento nel quale si giurasse solennemente di non cedere. Antonino Varvaro fece l’inferno. Non voleva. La riunione s’interruppe. Mi affacciai per prendere una boccata d’aria con Finocchiaro Aprile e altri. Dissi: “Tra di noi c’è un traditore”. “Chi è?” mi domandarono. Risposi: “Varvaro”.Tornammo in sala: le proposte erano due: rafforzamento della Lega Giovanile e scioglimento dell’Evis, una; l’altra, la mia, lotta armata. La riunione si sciolse prima che venisse presa una decisione».Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis L’intuizione di Gallo sul comportamento di Varvaro non era peregrina. I rapporti fra quest’ultimo e Andrea Finocchiaro Aprile si andarono deteriorando fino a giungere ad una scissione, che avvenne durante il III Congresso del Mis, celebratosi a Taormina nei giorni 31 gennaio, 1, 2 e 3 febbraio 1947. In realtà, prima ancora che il Movimento potesse adottare una strategia politica per fronteggiare i nuovi sviluppi della vita democratica siciliana, avvennero in seno ad esso una serie di avvenimenti strani (ricordiamo che durante l’internamento a Ponza dei leader indipendentisti, inspiegabilmente, Varvaro aveva avuto un trattamento di favore dalle forze dell’ordine), dei quali è pressoché impossibile comprenderne la vera natura, ma che sono riconducibili al pluralismo delle posizioni ideologiche, contrastanti tra di loro, e “conviventi” all’interno di esso, in un clima di progressiva litigiosità. Infine, in occasione del Referendum “Monarchia o Repubblica” si erano determinate due linee politiche, una a favore della monarchia e l’altra contraria. Per questa ambiguità, non pochi, soprattutto nel movimento giovanile, accusavano Andrea Finocchiaro Aprile di non aver ribadito, con forza, la originaria posizione repubblicana.Per appianare la querelle, il Leader, dopo una lunga premessa, richiamante la scelta repubblicana dei precedenti congressi, fece approvare una mozione che dichiarava l’accettazione leale totale del Regime Repubblicano. Il Mis, pertanto, non avrebbe avuto verso la Repubblica Italiana alcun motivo di contrasto “sino a quando Essa riconoscerà e rispetterà i principi comuni agli Stati a Regime Costituzionale, garantendo la collettività dei singoli da aggressioni totalitarie, da qualunque parte vengano, e sino a quando consentirà il libero sviluppo delle idee indipendentiste su un piano di rigorosa legalità”. La mozione si concludeva con una frase sibillina: “(il Mis ndr.) lascia ai suoi aderenti libertà di pensiero individuale sul tema istituzionale”.Tutti contenti e d’accordo, quindi? Niente affatto. I dissidenti guidati dall’on. Varvaro e dall’avv. Anselmo Crisafulli, dopo un vivace dibattito e dopo una serie di pregiudiziali, dall’una e dall’altra parte, abbandonarono l’aula mentre la Presidenza del Congresso li dichiarava espulsi.La maggioranza assoluta dei congressisti testimoniò la fiducia ad Andrea Finocchiaro Aprile, che rimase il leader del Movimento. Varvaro si dedicò, con entusiasmo ma con minore seguito, a promuovere il Misdr (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia Democratico Repubblicano), qualificandosi come uomo di sinistra, alternativo al vecchio gruppo dirigente indipendentista.Nelle consultazioni elettorali del 20 aprile 1947 per eleggere la I Assemblea Regionale Siciliana, il Mis confermò, sostanzialmente, i risultati del 1946 conseguendo 171.470 voti e otto deputati con l’8,75% dei suffragi. Furono eletti: Andrea Finocchiaro Aprile, Attilio Castrogiovanni, Concetto Gallo, Giuseppe Caltabiano, Rosario Cacopardo, Gaetano Drago, Gioacchino Germanà, Pietro Lanolina. Ad Andrea Finocchiaro Aprile, dimessosi il 2 marzo 1948 per partecipare alle prime elezioni politiche della Repubblica Italiana, subentrò Vincenzo Bongiorno.Il Misdr di Varvaro ottenne, complessivamente, 19.565 voti pari all’1%, raccolti prevalentemente nella Provincia di Palermo, dove aveva avuto l’appoggio di Giuliano, senza conquistare alcun seggio. Il crollo elettorale del Mis non era ancora avvenuto. Avrebbe avuto luogo l’anno successivo nelle Elezioni Politiche del 18 aprile 1948, nelle quali l’attenzione dell’elettorato fu concentrata maggiormente sul confronto tra comunismo e anticomunismo.
Memorie" di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa: terza parte
Memorie" di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa. (3a parte)Storia del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, raccontata dal comandante dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.(Intervista di E.Magri, 1974 - Riproposta nel 2009 sul settimanale "Gazzettino di Giarre" dal Prof. Salvatore Musumeci")Dal “non si parte” all’eccidio di Randazzo“La responsabilità dei moti spontanei di protesta per la richiamata alle armi venne addossata ai separatisti. A Catania, in quell’occasione, oltre allo stesso Gallo, furono denunciati all’autorità giudiziaria e processati l’avv. Gaetano Romeo e il prof. Santi Rindone. «Per tutto il 1944 Catania fu in fermento. Ma non soltanto per il separatismo. C’era la fame e c’era soprattutto il potere centrale che manifestava la sua presenza con un atto odioso: la chiamata alle armi. Ed ecco i due motivi che determinarono i più gravi fatti di quel periodo in città: fatti che vennero attribuiti dal governo centrale all’indipendentismo, il quale, adesso potrei anche dirlo, era completamente estraneo.L’assalto al municipio di Catania che si disse provocato dagli indipendentisti, ed io fui processato ed assolto per inesistenza di reato, fu, invece, causato da una serie di circostanze. Il sindaco, Carlo Ardizzone, prima indipendentista e poi transfuga perché fatto sindaco dagli alleati, aveva promesso ai pescivendoli l’abbattimento del calmiere. Ma a questo proposito il prefetto, che aveva ricevuto ordini contrari dall’alto, fu irremovibile. Il calmiere non si poteva eliminare. Una commissione di pescivendoli che chiedeva udienza al sindaco venne respinta e la circostanza creò terribili malumori tra la categoria che prese a sostare per quasi tutto il giorno davanti a piazza del Duomo. Più tardi dai quartieri più popolari arrivò una turba di ragazzi che forzò le finestre del comune, e penetrò negli uffici. Poi accadde che prese fuoco una tendina e tutto andò per aria. Io assistetti ai moti da un balcone, nel palazzo dove aveva sede il movimento. E con me c’era Finocchiaro Aprile, casualmente a Catania per una riunione. Qui non ci furono morti.Il morto, invece, ci scappò in piazza San Domenico davanti al distretto, più tardi, quando una moltitudine di giovani si assiepò davanti al portone per protestare contro le cartoline precetto. Erano quasi tutti universitari che avevano già patito, in borghese, i disastri della guerra. A un tratto da una feritoia del portone spuntò la canna di un moschetto dalla quale partì un colpo che uccise un giovane.Io stesso vidi una cosa orrenda. Transitando alcuni minuti dopo il fatto dalla piazzetta, vidi un militare che raccoglieva da terra un pezzo di carne insanguinata servendosi di una baionetta. Era il cervello spappolato del giovane.Ecco, era in quel clima che agiva il Movimento per l’indipendenza della Sicilia. Un clima di rancore contro il potere, contro l’Italia. E questo rancore faceva moltiplicare il numero dei nostri aderenti e le nostre sedi. E ci dava coraggio di compiere certi gesti. Come quando esponemmo la bandiera siciliana, rossa e gialla, dal balcone della nostra sede in via Etnea. Era il 15 ottobre 1944. Immediatamente venimmo denunciati all’autorità giudiziaria.Il processo venne celebrato al vecchio Palazzo dei Tribunali. Gli imputati eravamo tre: io, l’avvocato Gaetano Romeo e il professore Santi Rindone. Il processo non durò che pochi minuti: il pretore, un nostro amico e simpatizzante, ci assolse “per non luogo a procedere”. Fu il nostro trionfo.Non c’è da meravigliarsi che un pretore fosse nostro amico. A Catania, in Sicilia, costituzionalmente e concettualmente, non c’era professionista, avvocato, ingegnere, medico che non fosse un indipendentista. Molti che hanno militato e militano in certi partiti erano con noi, dentro di noi. C’erano alcune tendenze ideologiche, tanto è vero che successivamente nacquero il Partito comunista siciliano, aderente al Mis, e il Partito repubblicano con Rindone presidente; ma prima di tutto c’era il Movimento per l’Indipendenza. Il nostro impegno, l’impegno di tutti era, in primo luogo, quello di rendere indipendente la Sicilia. Ottenuta l’indipendenza, la Sicilia avrebbe scelto, attraverso un referendum, la forma di governo che avrebbe retto il paese.Ed era questa idea che, praticamente, emerse dal primo congresso, che venne tenuto il 28 dicembre 1944 all’hotel Belvedere di Taormina.Anche a Taormina non ci vollero dare un locale. Io però, mi misi in giro e trovai un albergo semidiroccato, il Belvedere. Pavesai una sala con i drappi giallo e rosso avuti in prestito da un addobbatore di chiese, coprimmo i muri malridotti dell’edificio e lì tenemmo il nostro primo congresso: 28 dicembre ‘44.Sei mesi dopo, la mattina del 17 giugno 1945, i reali carabinieri ammazzarono tre persone nei pressi di Randazzo, a una quarantina di chilometri da Catania. In quel periodo i conflitti a fuoco tra banditi e forze di polizia erano all’ordine del giorno. Il centro della Sicilia era popolato da bande armate che rapinavano, depredavano, uccidevano. Ogni tanto qualche banda incappava nelle pattuglie della polizia e qualcuno restava sul terreno.Quei tre, però, non erano dei banditi di “passo”, ma le prime gloriose vittime dell’indipendentismo siciliano. Erano Antonio Canepa, comandante dell’Evis, l’esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia, e due suoi uomini: Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice.Quella fu la prima volta che la gente, il mondo, sentì parlare dell’Evis, dell’esercito per l’indipendenza della Sicilia. L’Evis, del quale divenni il comandante, era una creatura di Canepa.Non si può spiegare l’Evis se non si spiega prima Canepa.Canepa, palermitano, trentotto anni quando venne ucciso, era un professore di dottrine politiche all’università di Catania. Non era un personaggio oscuro. Semmai un uomo irrequieto da sempre. Cominciò nel 1932 organizzando una “marcia su San Marino” insieme col fratello, fatto per il quale venne condannato a morte dalla Repubblica, e finì sinceramente antifascista, ideologicamente di sinistra e indipendentista. Fu lui infatti che durante la seconda guerra mondiale, eseguì alcuni atti di sabotaggio sui treni, atti di sabotaggio che culminano in un temerario attentato all’aeroporto militare di Gerbini, nei pressi di Catania.Antonio Canepa faceva capo al Mis palermitano, ma aveva una visione veramente globale e geniale del Movimento. Perché alla profonda cultura umanistica e politica assommava anche il coraggio e l’intraprendenza di un vero esperto di sabotaggio.E proprio perché meglio di tutti riusciva a sintetizzare l’aspetto politico e strategico del Movimento, si convinse di un fatto assolutamente ineccepibile: della necessità di creare un movimento armato che affiancasse la parte politica dell’indipendentismo.In sostanza Canepa capì quello che non avevano capito tutti gli altri: che il Movimento, schieratosi su posizioni legalitarie, sarebbe corso verso la sua distruzione se non avesse costituito un organismo armato atto non soltanto a tutelarlo, atto non soltanto a rintuzzare la forza con al forza, ma a mettere le grandi potenze davanti al fatto compiuto con un evento eclatante.Al congresso di Taormina era già venuta fuori questa tendenza. E il dibattito che ne era seguito non aveva trovato tutti d’accordo. Naturalmente non bisogna dimenticare che in mezzo a noi c’erano i «traditori» e coloro i quali, mentre discutevano di Sicilia e di indipendenza, stavano con gli occhi e con le orecchie vigili al Nord, alla piega che stavano prendendo le cose nel continente.Va detto che, per mantenere la faccia pulita al Movimento, era stata creata la Lega Giovanile Separatista, con presidente nazionale Guglielmo di Carcaci, la quale, sul piano pratico, tattico, strategico, si era arrogata una certa libertà d’azione. Ma la Lega Giovanile non bastò. La repressione diventava ogni giorno più dura. Le sedi venivano devastate da quelli del Mui, Movimento per l’unità d’Italia, e chiuse dai carabinieri reali. Allora, proprio dalla Lega Giovanile venne fuori la Guardia alla Bandiera, dalla quale doveva scaturire il vero organismo armato del Movimento per l’indipendenza della Sicilia. E il 15 febbraio 1945 io ne divenni il comandante per Catania.Naturalmente noi non sapevamo quello che stavano facendo le quattro potenze a Yalta. Il nostro convincimento era che gli alleati guardavano di buon occhio questo movimento. E tale convincimento nasceva da un dato di fatto e da due episodi di cui sono stato personalmente protagonista: quando arrivarono in Sicilia gli alleati distribuirono un manifestino nel quale si chiedeva ai siciliani se erano per un plebiscito circa l’indipendenza della Sicilia. E non ci fu un siciliano che non disse di sì».Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis Dal punto di vista politico l’esercito indipendentista aveva un ruolo importantissimo e rientrava in una strategia di ampio respiro. Teneva conto, innanzitutto, della Convenzione dell’AIA del 1907, come sarebbe stato meglio spiegato nel n. 14 di “Sicilia Indipendente”, (qualche mese dopo l’uccisione di Canepa), nell’articolo a firma di Demetrio D’Ambra, che portava il titolo: “L’Evis nel Diritto Internazionale”, ed il sottotitolo: “Il testo della Convenzione dell’AIA - La Sovranità del Popolo Siciliano – La legittimità della lotta”. Nell’articolo si sosteneva che l’Evis possedesse tutti i requisiti della Convenzione, ai fini di godere della Legislazione e delle prerogative previste per gli eserciti regolari in tempo di guerra. La Convenzione prevedeva, infatti, che la milizia o il corpo interessato si trovassero nella seguente condizioni: avere al loro comando una persona “responsabile” per i subordinati; possedere un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza; portare apertamente le armi; conformarsi alle leggi ed agli usi di guerra. A ciò si aggiungeva che il campo dell’Evis aveva una grande visibilità ed una segnaletica che ne indicava l’ubicazione.L’avv. Michele Papa, che nel campo di Cesarò, da giovane fece la propria militanza di volontario, nella sua “Storia dell’Evis” avanza una ipotesi originale diversa ma non in contrasto con la tesi di Demetrio D’Ambra. Sostiene che ogni campo dell’Evis avrebbe dovuto indurre il Governo Italiano a tollerare una presenza armata del Separatismo in attesa di una soluzione politico-militare.Si era, quindi, di fronte ad un caso di “Low Intensity Warfare”, ossia di guerra a bassa intensità. Un qualcosa di simile a quello che avviene oggi in alcuni Paesi Sud-Americani, nei quali i Governi tollerano, talvolta per lunghissimi periodi, l’occupazione armata di talune zone nelle quali i “rivoluzionari” operano, quasi, incontrastati.(3. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)
Indipendentismo come antifascismo
«In Sicilia, in un clima di abusi di potere e di soprusi maturò l’antifascismo; un antifascismo che si accentuò a mano a mano che ci si avvicinava alla guerra. Inizialmente questo antifascismo era dei più vari colori, come nel resto d’Italia: socialista, comunista, liberale. Poi, l’atteggiamento di Badoglio e il proclama di Roatta che parlava di “italiani e di siciliani fedeli”, fedeli come i cani, fecero coagulare l’antifascismo attorno all’indipendentismo siciliano.E la culla dell’indipendentismo catanese era Villa Rindone, a San Giovanni La Punta, dove l’illustre chirurgo, ex deputato al Parlamento prefascista, si trovava sfollato nel 1943. Rindone e tutti gli altri, compreso me, erano già convinti, nel 1942, che la guerra fosse perduta e che bisognasse pensare a un nuovo assetto politico per la Sicilia. Si aveva la sensazione che la catastrofe della guerra fosse uno di quei ritorni storici in seguito ai quali i popoli che erano stati asserviti ne dovevano approfittare.E questa sensazione, voglio dire l’idea dell’indipendenza, si diffondeva rapidamente. Solo più tardi sapemmo che un gruppo di giovani si riuniva, contemporaneamente a noi, e indipendentemente da noi, nella chiesa della Mercede parlando degli stessi temi che venivano dibattuti dai maggiorenti in casa Rindone. Così come scoprimmo che nell’altro versante dell’isola, Andrea Finocchiaro Aprile, ex deputato liberale al Parlamento prefascista, uomo eccezionale, di grande prestigio e di onestà, stava operando per l’indipendentismo insieme con Lucio Tasca, primo sindaco di Palermo. Antonino Varvaro e altri. Era stato proprio nel precedente mese di luglio, all’entrata degli americani a Palermo, che Finocchiaro Aprile aveva fatto un proclama e aveva scritto a tutti i suoi ex colleghi deputati siciliani al Parlamento prima di Mussolini proponendo una lotta politica per l’indipendenza. Il fatto è che noi siamo stati afflitti da due cose: da un pugno di traditori che ci hanno abbandonato al momento delle battaglie decisive e dall’ignavia che ha lasciato agli altri il compito di scrivere per nostro conto. E gli altri hanno scritto menzogne.Ad ogni buon conto, lasciamo le digressioni. Dicevo che l’otto agosto 1943 gli indipendentisti catanesi si riunirono in casa Rindone. Non c’era niente da dibattere. Tutto era stato dibattuto nei mesi precedenti. E così da casa Rindone uscì un manifesto con le firme di tutti i presenti: era l’atto costitutivo in Catania del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Ed era con una copia di questo manifesto che io e un giornalista, Concetto Battiato, partimmo per Palermo per prendere contatto col padre spirituale dell’indipendentismo: Andrea Finocchiaro Aprile. Quando lo incontrammo era in casa del genero, Frasca Polara. Finocchiaro Aprile aveva sulle spalle un impermeabile del genero e si stava friggendo due uova su una spiritiera. La sua unica ricchezza erano tre discorsi: i cosiddetti “discorsi dell’Aurora” che io portai a Catania. Alcuni mesi dopo, il 9 dicembre 1943, Andrea Finocchiaro Aprile fondò ufficialmente a Palermo il Movimento (trasformando il Cis, “Comitato per l’Indipendenza della Sicilia”, in Mis, ndr).Una sera, in una sala da ballo catanese, un ufficiale della divisione Sabauda fendette la folla dei danzatori e si avvicinò alla coppia che stava al centro della sala.Il dancing era a Guardia-Ognina, una borgata alla periferia di Catania. Era uno dei primi balli dopo i triboli della guerra. Era presente anche il prefetto Fazio, nominato dagli inglesi. Impettito e tracotante, l’ufficiale fermò i due danzatori: erano l’avvocato Antonio Bruno e la sorella. L’avvocato Antonio Bruno portava all’occhiello il distintivo della Trinacria: le tre gambe e la faccia di donna. “Si tolga quel distintivo”, disse l’ufficiale all’avvocato. “Io non tolgo niente”, rispose l’avvocato Bruno.La musica cessò e tutti gli occhi furono rivolti al centro della sala. Compresi quelli del prefetto Fazio nominato dagli alleati. “Si tolga quel distintivo oppure esca fuori”, tuonò ancora l’ufficiale della Sabauda. “Io non mi tolgo il distintivo e non esco fuori”, replicò l’avvocato indignato. “Allora lei è un vigliacco”, concluse l’ufficiale.A quelle parole l’avvocato Bruno lasciò la sorella e uscì con l’ufficiale. Seguì lo svenimento della sorella dell’avvocato Bruno, e un putiferio durante il quale l’ufficiale staccò dall’occhiello la Trinacria al giovane avvocato.Io non c’ero a quella festa. Ma lo seppi una mezz’ora più tardi. Furente come potevo essere furente in quegli anni, andai a cercare subito il giornalista Concetto Battiato e tentai di fare aprire una tipografia. Impossibile. Allora, sempre con Concetto Battiato, recuperai una macchina da scrivere e in due ore battemmo cento copie di un cartello di sfida a tutti gli ufficiali della divisione Sabauda.Affiggemmo copie di quel cartello, di notte, davanti al comando della divisione e sui muri della città. E siccome era l’ora in cui tornavano le pattuglie di ronda, disarmammo tutte le pattuglie che incontrammo. Poi andai a casa e attesi pazientemente al telefono. Ma non chiamò nessuno.La guerra al Movimento era già stata dichiarata dal governo Badoglio prima e dal governo Bonomi dopo. Il 28 gennaio 1944 gli alleati avevano consegnato la Sicilia al governo provvisorio italiano e, per prima cosa, l’Italia, il pezzo d’Italia libera, aveva deciso di frustrare con tutti i mezzi a disposizione l’indipendentismo nascente in Sicilia. Qualcuno ci abbandona, come Guarino Amelia, che il venti di gennaio 1944 era latore di un manifesto di Andrea Finocchiaro Aprile a Catania, e sette giorni dopo partecipò al convegno dei comitati di liberazione a Bari.Ma il movimento non solo era forte. Cresceva e si moltiplicava. E rapidamente si scontrò col potere italiano rappresentato dalla divisione Sabauda mandata apposta per reprimere ogni velleità di indipendentismo.Gli episodi sono degni dei Vespri. Quello con l’avvocato Bruno è uno di quelli incruenti. Ma scorse anche il sangue. Un nostro iscritto che affiggeva un manifesto in via Etnea venne fatto segno a un colpo di fucile che gli sfiorò il giubbotto. Un altro, il fratello del primo, venne colpito da una fucilata al petto e sopravvisse. A quest’ultimo episodio ero presente anch’io: armato, cominciai a sparare in aria in piena via Etnea per creare panico.Movimento e autorità locali arrivarono ai ferri corti. Noi indipendentisti catanesi costituimmo legalmente il Movimento per l’indipendenza siciliana e mandammo una copia del verbale alle autorità con un poscritto di Romeo Perrotta, segretario provinciale del Movimento. Poscritto nel quale si precisava che si trattava di una pura e semplice notifica alle autorità ma in quanto autorità locali e non come rappresentanti dello Stato italiano col quale noi non volevamo avere nulla a che spartire.Il potere, costituito da poco sotto l’egida del governo di Bari, si vendicò con l’ostruzionismo. Finocchiaro Aprile venne a Catania per tenere un discorso ai catanesi. Chiedemmo un locale dove riunirci. Ma il locale ci venne negato sfacciatamente. Allora alzammo l’ingegno. Uno di noi possedeva un grande palazzo adibito a scuola privata. Sloggiammo la scuola privata, organizzammo due piani, installammo gli altoparlanti e Andrea Finocchiaro Aprile poté parlare. Al comizio fece seguito un duro scontro con i nostri avversari “in borghese” (ovvero, appartenenti alle forze dell’ordine, ndr), con quelli del Movimento unitario italiano capeggiati dal principe Borghese, fratello di Valerio Borghese, che aveva sposato la figlia del principe di Manganelli».Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis Il racconto di Concetto Gallo evidenzia come in Sicilia, tra il 1942-43, dilagasse ovunque il sentimento indipendentista, rendendosi interprete dei bisogni e del malcontento del Popolo Siciliano. Fu, dunque, Gallo il trait-d’union tra il gruppo catanese del Mis e quello palermitano del Cis che, il 9 dicembre 1943, con propria delibera assunse la denominazione – caldeggiata e già informalmente usata a Catania dal prof. Santi Rindone e dai suoi collaboratori –, di Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. La connotazione di movimento era intenzionale perché il Mis si proponeva di radunare sotto le proprie bandiere, uomini e gruppi di qualsiasi ideologia, purché convergenti sull’obiettivo comune ed unificante dell’indipendenza della Sicilia.Questa scelta costituiva una delle ragioni per le quali l’indipendentismo siciliano fu accolto, trasversalmente, in ogni ambiente della società siciliana dell’epoca. Ma fu anche il suo tallone d’Achille, perché di fronte ad ogni problema concreto si verificavano scissioni e divergenze di opinioni che nel tempo avrebbero indebolito, mortalmente, il progetto indipendentista.(2. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)
Storia del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, raccontata dal comandante dell'EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poc
Un breve prologo del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis Oltre sessant'anni fa la Sicilia combattè la sua guerra di indipendenza contro l'Italia; una guerra della quale oramai sono pochi a ricordare i particolari: una vera e propria guerra con eserciti schierati in campo che culminò nella battaglia campale il 29 dicembre 1945, a Monte San Mauro nei pressi di Caltagirone, tra l'esercito italiano comprendente cinquemila uomini e l'Evis, l'esercito dei volontari per l'indipendeza della Sicilia al comando di Concetto Gallo.Pur appartenendo alla nostra storia più recente, si può dire alla cronaca, la vicenda dell'indipendentismo siciliano, che ebbe i suoi morti, è una delle pagine più oscure della vita siciliana e italiana. Forse perchè i suoi protagonisti si chiusero in uno sdegnato silenzio, lasciando a storici e saggisti il compito di interpretare gli avveimenti.Il risultato, però, continua ad essere tutta una serie di nuovi interrogativi: come nacque, realmente, l'indipendentismo ? Dietro gli indipendentisti siciliani c'erano poi gli americani che volevano fare della Sicilia la "quarantanovesima stella" ?E ancora: che influenza ebbe la mafia sulle vicende dell'indipendentismo ? E Salvatore Giuliano ? Il bandito che ruolo giocò nell'esercito siciliano ? E, infine, era vero che i Savoia avrebbero voluto fare della Sicilia la loro testa di ponte per riconquistare l'Italia dopo il referendum del 1946 ?Per quasi trent'anni queste domande sono state poste a Concetto Gallo, il comandante dell'Evis, uno dei principali protagonisti dell'indipendentismo, enza avere mai una risposta. Poi all'età di 61 anni, esattamente nel 1974, l'ex deputato della Costituente e all'Assemblea siciliana, decise, anche per merito del Prof. Giuseppe Sambataro, di raccontare per l'europeo, in un'intervista a Enzo Magrì, la storia di quei tragici avvenimenti cominciando dalla nscita dell'indipendentismo per finire alla battaglia di Piano della Fiera che segnò la fine del suo esercito.Più che un'intervista - dalla prima domanda -, Magrì raccolse un vero e proprio "Memoriale", anzi un Dossier" di pregiato valore documentale. Avendone trovata la minuta tra le carte ingiallite dal tempo, (n.d.r.: è il Prof. Salvatore Musumeci che trova tali carte) dell'archivio storico del Mis, ne riproponiamo la pubblicazione - articolata in una serie di appuntamenti -, ritenendola fonte di particolare interesse storico.L'INTERVISTA Onorevole Gallo, come e perchè nacque l'Indipendentismo ? "Uno dei primi a riprendere la sua attività a Catania, nell'agosto del 1943, fu un famoso chirurgo: il Prof. Santi Rindone. Tre giorni dopo l'invasione alleata, vale a dire l'otto agosto 1943, Rindone aveva aperto la sua clinica in via Papale. E, cosa strana, quello stesso giorno si registrò un andirivieni di malati straordinario.Era il professore in persona che riceveva gli ospiti, tutti appartenente alla borghesia catanese. E quando qualche malato non gli garbava rispondeva: "Oggi non visito" . Veramente non erano malati. Erano tutti indipendentisti. Uomini noti al Prof. Rindone, con i quali, mesi prima, durante il fascismo, si era incontrato nella sua villa di San Giovanni La Punta, alle falde dell'Etna.L'antifascismo siciliano, questo purtroppo non è mai stato scritto, fu nella sua stragrande maggioranza indipendentismo. Se in Sicilia il fascismo non aveva incontrato molti entusiasmi, sin dal suo nascere, nel 1922, fu per una sola ragione: perchè il fascismo era stato considerato l'ultimo prodotto imposto dall'Italia alla Sicilia: l'ultima stupidità, che aveva lasciato dietro di sè una scia di sangue e di morti. Ora, quella mattina dell'otto agosto 1943, mentre da Catania transitavano file di carri armati dirette verso Messina, un gruppo di maggiorenti catanesi stava decidendo come fare in modo che il fascismo fosse, veramente, l'ultimo prodotto d'importazione dal Nord.La soluzione era pronta: l'indipendentismo. Indipendentisti erano quasi tutti i catanesi, aristocratici, borghesi e non. A quella riunione erano presenti tutti gli uomini più importanti della città: Carlo Ardizzone, primo sindaco di Catania, nominati dagli Alleati, che uscirà dal Movimento; l'avvocato Ulisse Galante, Franz e Guglielmo duchi di Carcaci, Romeo Perrotta, l'avvocato Nicolosi Tedeschi, Attilio Castrogiovanni, l'avvocato Vito Patti, il professore Cappellani, l'avvocato Gaglio, gli avvocati Giuseppe e Antonino Bruno, e molti, molti altri ancora.C'eravamo, naturalmente, io e mio padre e l'avvocato Gallo Poggi che sarebbe stato il sindaco di Catania degli anni Cinquanta, il sindaco che avrebbe rifiutato il teatro Massimo a Scelba.Io non so come gli altri siano arrivati all'indipendentismo. Nella mia famiglia lo si era sempre respirato con l'aria. I Savoia ci avevano rovinato. Un mio avo, luogotenente di Ferdinando di Borbone, era stato costretto, subito dopo l'arrivo in Sicilia di Garibaldi, a fuggire esule a Malta e la nuova amministrazione ne aveva approfittato per confiscargli tutti i beni, compreso Palazzo Gallo, che mio padre riscattò successivmente a rate.In me, poi, operava, più che negli altri, uno spirito di libertà che era indissolublmente connaturato con la mia esistenza. Io, per esempio, ho avuto il coraggio, da giovane, di infrangere una tradizione di famiglia secondo la quale ogni Gallo doveva fare il professionista, l'avvocato in particolare. Proprio per uno spirito di indipendenza, proprio per raggiungere un'immediata indipendenza economica mi iscrissi alle commerciali e divenni rappresentante.Da giovane contavo tra i miei amici degli aristocratici con spirito sportivo: il principe di Cerami, corridore automobilista, quel Giovanni Lavaggi, aviatore, che morì volando verso l'Etiopia con l'esploratore Franchetti e il ministro Luigi Razza. Per parte mia, io mi interessavo di boxe. Vincere una borsa significava avere il soldi per un'altra avventura, per un altro viaggio con gli amici senza doverli chiedere ai genitori. Commercializzavo anche i rapporti familiari. Una volta, ancora studente, scoprìi che mio padre, avvocato, passava cinquanta centesimi per ogni foglio dello studio battuto a macchina. Mi misi d'accordo con lui e le commissioni passarono a me.Fu questo senso di libertà che mi fece rifiutare il fascismo. Iin toto: nella sua ideologia e nelle sue mascherate.Finita la guerra, dei quarantaquattro milioni di italiani che avevano applaudito Mussolini nelle piazze non se ne trovò uno solo: tutti martiri del fascismo.Io non fui ne martire ne fascista. Racconto un episodio per dare la misura dei miei rapporti col fascismo. Attorno al 1934 avevo già una piccola azienda abbastanza avviata. Un giorno mi arrivò una cartolina che mi imponeva di presentarmi al gruppo rionale Armando Casalini, che si trovava in via Manzoni, di fronte all'attuale sede della Questura. Mi ricevette un caposezione e mi spiegò che con quella cartolina volevano diecimila lire.Disse: " Siccome dobbiamo rinnovare tutto il mobilio della sede, voi siete stato tassato per 10.000 lire". Con diecimila lire del '34 ci si poteva comperare una casa. Risposi: "Ma sa lei quanto ci vuole per guadagnare 10.000 lire ?". E lui: "Così è stato stabilito". Me ne andai. Arrivò una seconda cartolina. Poi una terza con scritto "Ultimo avviso". Questa volta mi volevano vederre a Palazzo dei Chierici; addrittura il federale.Il federale di Catania, a quel tempo, era Pietrangelo Mammano, un compagno di scuola di mio fratello, il maggiore. Andai a Palazzo dei Chierici e mi fecero sedere in una sala. A un certo punto arrivarono due militi armati di moschetto, mi si misero ai lati e così entrammo nell'ufficio del federale. Io dicevo tra me e me: "Ma che, sono scemi ' Ma dove mi devono portare, alla fucilazione?". Pietrangelo Mammano era seduto dietro a un grande tavolo: il gomito appoggiato sul tavolo; la mano destra a visiera.Entrando salutai: "Ciao, Pietro". Ma lui subito: " Questa cartolina è indirizzata a voi ?" Prima di rispondere domandai: "Ma scusa, Pietro, non ce ne sono sedie qui ?". E lui, alzando il tono della voce: "Ho detto, questa cartolina è indirizzata a voi ?". Risposi: " Si, quella cartolina e indirizzata a me" - "E alllora perchè non vi siete presentato ?". Dissi: " Perchè siccome c'è scritto ultimo avviso, pensavo che dopo questa cartolina non ne sarebbero più arrivate"."Fuori", fece lui. E mi sbatterono fuori. Poi mi deferirono alla commissione di disciplina, ma non venne preso alcun provvedimento perchè mio padre, avvocato civilista, fece rilevare che non potevano darmi alcuna sanzione per il semplice motivo che non essendo io un loro iscritto non potevo essere giudicato da nessuna commissione ".(1 parte - Continua - "Memorie" di Concetto Gallo, da un'intervista di E.Magrì, 1974)
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