mercoledì 30 settembre 2009

TRATTAMENTO FATTO ALLA SICILIA IN OTTANTA ANNI DI UNITÀ ITALIANA di Antonio Canepa

da “La Sicilia ai Siciliani!” (1944, firmato con lo pseudonimo di “Mario Turri” )



La Sicilia non si era mossa, nel 1860. O, se si mosse, dove si mosse, non fu certo nel senso unitario voluto dai piemontesi. Fu per proclamare una Sicilia indipendente, repubblicana, nella quale la povera gente potesse vivere in pace senza essere sfruttata da nessuno.
Ma questi movimenti non potevano piacere. E così, prima ancora che terminasse il 1860, Bixio, mandato da Garibaldi, dovette correre a Bronte e in molti altri paesi, con truppe non siciliane, per domare la vera, autentica rivoluzione siciliana che incominciava.
A Bronte fece fucilare cinque persone. Altrove, di più. Impose taglie e multe alla popolazione, che cercò di atterrire in tutti i modi. “Missione maledetta (confessò più tardi lo stesso Bixio) alla quale un uomo della mia natura non dovrebbe mai essere mandato!”.
Poi gli italiani scesero in Sicilia. Luogotenenti, Commissari civili, stati d’assedio e altre misure eccezionali imperversarono in Sicilia a partire dall’unificazione.
Il primo stato d’assedio fu proclamato in Sicilia nel 1862; ed esso, come disse Crispi, lasciò terribili tracce.
Nell’anno seguente, si ebbe di fatto il secondo stato d’assedio con la missione del generale Govone il quale apertamente violò le leggi dello Stato.
Sotto il generale Govone, per combattere i renitenti alla leva, i Comuni siciliani venivano cinti da cordoni militari o presi addirittura d’assalto; senza mandato di cattura venivano arrestati sindaci e consiglieri comunali; venivano presi ostaggi, comprese le donne incinte, una delle quali (Benedetta Rini, di Alcamo), quasi al termine della gravidanza, morì in carcere dopo quattro giorni di convulsioni. Fu persino applicata la pena dell’acqua!
E quanti innocenti furono martoriati! Un disgraziato operaio, Antonio Cappello, sordomuto dalla nascita, venne sottoposto alla tortura nell’Ospedale Militare di Palermo, come se fingesse d’esser muto e sordo per sottrarsi al servizio militare: sul suo cadavere si poterono contare 154 bruciature fatte col ferro rovente!
Tutti questi sono fatti. Fatti documentati. Basta sfogliare il libro di Zingali: “ Liberalismo e fascismo nel Mezzogiorno d’Italia”, volume primo, da pagina 232 in poi: ci troverete questo ed altro! E non è un separatista che scrive, badate, ma un fascista il quale è stato persino segretario federale!
Nel 1866 la pazienza finì. Il popolo di Palermo si ribellò come un solo uomo.
“Una masnada di ladroni ha governato per sei dolorosissimi anni la patria nostra. Una masnada di uomini feroci l’ha insanguinata”: così incominciava il proclama rivoluzionario del 1866.
Nella città e nella provincia di Palermo, la rivoluzione assunse, dal 16 al 22 settembre, proporzioni tali, da costringere il governo ad inviarvi sollecitamente, con la qualità di Regio Commissario, il generale Raffaele Cadorna, alla testa di due divisioni di fanteria, un reggimento di cavalleria ed una brigata di artiglieria.
E vinsero loro, i ladri e gli assassini del popolo. Fucilarono senza processo migliaia di cittadini. Mentre invece gli insorti siciliani, che avevano preso prigionieri duemila soldati, non avevano ad essi toccato un capello.
“Repressa la rivolta e ristabilito l’ordine, le cose continuarono come prima. Non una legge fu votata, non un provvedimento fu preso per portare qualche rimedio ai mali esistenti, che andavano continuamente aggravandosi”. Sapete chi scrive queste parole? Non un separatista; ma dei bravi fascisti, unitari, Libertini e Paladino, a pagina 752 della loro “ Storia di Sicilia” pubblicata appena dieci anni fa.
Nel 1875 le cose continuavano a peggiorare. Il governo italiano propose misure eccezionali di polizia contro la Sicilia. I deputati siciliani insorsero. Ascoltate quel che disse Paolo Paternostro:
“Voi parlate delle condizioni eccezionali in cui si trova la Sicilia, del malcontento che vi regna. Ma, domando io, voi che cosa avete fatto per la Sicilia? Cosa ha fatto il governo? Nulla. O tutto il contrario di quel che doveva.
Se voi date un’occhiata a tutti i servizi della Sicilia, a tutte le amministrazioni, voi troverete che dappertutto, e sempre, il governo si è condotto male.
Sceglierò qualche esempio.
Sapete voi come è stata trattata la magistratura in Sicilia?
Quando ci sono stati i pretori che non hanno voluto secondare gli ordini dell’autorità politica, sono stati minacciati, talvolta traslocati.
E dei nostri impiegati (altro esempio) che cosa ne avete fatto? Ve lo dirò in due parole.
Quando voi spedite in Sicilia qualcuno, voi fate supporre che lo mandate per castigo, come se lo mandate in esilio, e gli dite: – Andate laggiù, andate in Sicilia; poi, se vi comporterete bene, se sarete zelante, allora provvederemo.
Questi signori vanno laggiù coll’idea di trovarsi in mezzo a gente che non valga la pena di dover rispettare come tutto il resto d’Italia; e fanno dello zelo eccessivo; e diventano spesso agenti provocatori; ed accrescono il malcontento.
E dei nostri impiegati di laggiù, degli impiegati siciliani, che cosa ne avete fatto? dei piccoli impiegati, soprattutto?
Perché a un vostro prefetto è saltato in capo di fare un rapporto più o meno insolente e offensivo per la Sicilia, voi credete sul serio che molti disordini si debbano alla così detta mafia, che si sarebbe infiltrata tra gli impiegati, e ... botte da orbo, traslocazioni, sbalzando gente con uno stipendio di fame in lontani paesi, senza neanche indennità di viaggio, spostando e rovinando tutti i loro interessi.
Che ne avete fatto delle nostre ferrovie? E delle nostre strade obbligatorie? E dei beni dei Gesuiti e dei Liguorini, che erano destinati alla pubblica istruzione?
Nelle nostre amministrazioni non c’è che il disordine, il caos. E le popolazioni si abituano a pensare e a dire: – Ma questo non è un governo; le imposte se le fanno pagare; il fiscalismo ci perseguita sotto tutte le forme, ci assedia e ci tortura; ma quando si tratta di amministrare, amministrazione non ce n’è.

Che cosa si fa? Si ricorre a mezzi eccezionali di polizia, si ricorre al governo militare, invece di migliorare economicamente il paese!”.
Ecco quel che gridò in Parlamento il deputato siciliano Paolo Paternostro. Le sue parole sembrano scritte oggi. E tutti noi siciliani, oggi, potremmo gridarle al governo fascista. Ma del governo fascista parleremo tra poco.
Dopo Paternostro parlò, nello stesso senso, Colonna di Cesarò. Poi Diego Tajani. Quest’uomo, patriota, esule e volontario delle guerre d’indipendenza, era stato dopo il 1860 Procuratore Generale alla Corte d’Appello di Palermo. E poiché era un uomo onesto e senza paura, aveva sentito il dovere di spiccare mandato di cattura contro il questore di Palermo, e di mettere sotto processo il prefetto di Palermo, colpevoli ambedue di abominevoli abusi. Il governo, naturalmente, si era messo contro di lui. Egli aveva dato subito le dimissioni chiudendosi in uno sdegnoso silenzio.
Eletto deputato, fu più tardi per due volte Ministro di Grazia e Giustizia. Orbene, quando vide che la Sicilia veniva nuovamente provocata e calunniata, Diego Tajani non seppe più tacere.
Per due giorni, innanzi al Parlamento esterrefatto, espose l’una dopo l’altra tutte le ingiustizie, le canagliate, le infamie di cui il governo italiano si era macchiato: stupenda requisitoria che tutti i siciliani dovrebbero imparare a memoria!
Concluse con questo avvertimento solenne: Ricordatevi che la Sicilia è un’isola, e le isole si considerano come qualcosa di distaccato, di autonomo!
Parole sprecate! La legge contro la Sicilia fu approvata. E nuove violenze si abbatterono sulla nostra disgraziata patria.
La Sicilia è stata sempre considerata come terra nemica, terra conquistata, da conservare con la forza. Per questo motivo, nel 1875, si tenevano in Sicilia ventitré battaglioni di fanteria e bersaglieri; due squadroni di cavalleria; quattro plotoni di bersaglieri montati; 3.130 carabinieri e numerose altre forze sussidiarie, fra le quali principalmente guardie di pubblica sicurezza e guardie a cavallo!
Si giunse così ai Fasci siciliani dei lavoratori, fondati e diretti da Giuseppe De Felice. Che cosa voleva la Sicilia nel 1893 – 94? Quel che ha sempre voluto: giustizia e libertà.
Il governo presieduto da Giolitti, riversò nell’isola una moltitudine di soldati, i quali non fecero che accrescere il malumore nel popolo.
L’inevitabile accadde: sul principio del 1893, uno scontro ebbe luogo a Caltavuturo tra la folla e la truppa. La truppa osò sparare sui pacifici paesani, un gran numero dei quali rimasero uccisi.
Promise Giolitti di far aprire un’inchiesta contro i militari che avevano fatto fuoco; ma non mantenne. Al contrario, durante l’intero anno, lasciò che la polizia e l’esercito si abbandonassero a tutti gli eccessi: nelle giornate di dicembre, che furono particolarmente accanite, più di 200 siciliani vennero uccisi, mentre la forza pubblica ebbe un solo morto.
Vedendosi assassinati, i siciliani insorsero dappertutto.
Ruppero fili telegrafici; incendiarono municipi, preture, esattorie, uffici del registro e del catasto, agenzie delle imposte, archivi notarili, casotti daziari; liberarono i carcerati; tentarono di disarmare carabinieri e soldati.
A questo punto, il Re concepì la mostruosa idea di affidare a un siciliano la repressione del movimento siciliano. Crispi accettò la parte di Caino.
Proclamò lo stato d’assedio; e nominò commissario straordinario con pieni poteri il generale Morra Di Lavriano, che pochi giorni prima aveva mandato a Palermo come prefetto.
Venne richiamata alle armi la classe del 1869; e più di 40.000 uomini vennero sbarcati in Sicilia. I capi del movimento furono gettati in carcere: e primo fra tutti De Felice che, essendo deputato, non poteva neppure essere arrestato senza l’autorizzazione della Camera. I Fasci siciliani dei lavoratori (che erano ormai 166 con 300.000 associati) furono sciolti e le loro sedi occupate militarmente. Proibiti gli assembramenti e le riunioni. Istituita la censura.
Per più di sette mesi la Sicilia fu sottoposta alla legge marziale. Gli arresti si facevano senza bisogno di prove. E le condanne venivano appioppate, il più delle volte, senza che gli accusati potessero neppure difendersi.
Le accuse, del tutto immaginarie. “Avere cooperato alla emancipazione materiale e morale dei lavoratori” era un reato severamente represso!
Nel giugno 1894, più di 1800 siciliani erano stati già condannati al domicilio coatto. Molti, a pene più gravi. De Felice a 18 anni di carcere, Bosco, Barbato e Verro a 12 anni.
Alla Camera dei Deputati, Felice Cavallotti dichiarò che il governo aveva violato le leggi e lo stesso Statuto. Poi prese la parola Matteo Renato Imbriani:
“Voi (disse rivolto a Crispi) avete stracciato ad una ad una tutte le pagine dello Statuto. Avete fatto scempio di tutte le nostre libertà…
Ci sono molti che dicono: – I Borboni bombardavano. – Ma bombardavano quando una città era in piena ribellione. Ma i Borboni non hanno mai fatto tirare sopra folle inermi ed affamate…”.
La Sicilia elesse deputati De Felice, Bosco e Barbato, che languivano in carcere. L’elezione, si capisce, venne annullata.
Così continuarono le cose, male sempre, fino alla guerra. Dal 1915 al 1918 anche e soprattutto in Sicilia i contadini e gli artigiani, i professionisti e gli studenti vennero strappati dalle loro case e mandati al macello.
Ma quando la guerra finì, chiedemmo la resa dei conti. E l’avremmo ottenuta, per Dio! se questo miserabile governo fascista non avesse rinnovato un sistema di poliziesca tirannide sopprimendo le ultime libertà e raddoppiando le nostre catene.



ANTONIO CANEPA (MARIO TURRI)

A LA ME' TERRA

‘Na gran puitissa è la me’ terra
ca scrissi la storia supra petri e casteddi
ma puru siddu havi li carni sfardati
l’ossa camuluti, la testa ‘nfasciata
sapi ancora cantari cu l’unni di lu mari
la carizza di lu ventu lu duluri di la genti!

N’agugghia d’oru cu la punta fina
ca supra la ‘nfamità, li guerri, li ruini
sapi ancora arripizzari pirtusa
arraccamari cu la sita di li ciura
l’azzolu di celu e l’annacata di li varchi
sutta lu sciddicusu villutu di la notti!

Riggina tra li riggini è la me’ terra
vistuta d’innacu, oru e gialla e russa
la bannera sutta un cappeddu di lustru
di luna, arraccamatu cu stiddi d’argentu
dintra ‘na reggia cu jardini e funtani
ma senza cumannu nè senza curuna!

Aceddu ‘nchiusu dintra ‘na gaggia
chi canta pri stizza o pri raggia cu vuci
di rusignolu ‘zemmula a pecuri lupi liuna
arrialannu putìri a cu’ dignu nun è
facennu addivintari miraggiu
lu pani l’aria, lu curaggiu e la libirtà…

Ma comu cinìsi assittati supra la riva
d’un ciumi, puru nuàutri siciliani
cu la spiranza ca nni vuncia lu pettu
e vuci mai stanchi comu l’unni
di lu mari… aspittamu ca junci lu tempu
di ‘na Sicilia lìbbira, sana e ‘ndipinnenti!

23 maggio 1980 R.C. 29 settembre 2009

martedì 29 settembre 2009

VOGLIAMO LA SICILIA LIBERA E INDIPENDENTE di Antonio Canepa

da “La Sicilia ai Siciliani!” (1944, firmato con lo pseudonimo di “Mario Turri”)

Rileggiamo insieme le immortali pagine del “Catechismo Siciliano” scritto dal nostro grande Michele Amari:

Perché i siciliani vogliono essere indipendenti?
“Perché la ragione e la storia ci insegnano che tali debbono essere e che tali sono stati da molti secoli.
Come, per legge umana e divina, nessun uomo può legittimamente essere schiavo di un altro (né può mai prosperare qualora lo diventasse) così nessuna nazione può essere serva di un’altra; e, se lo fosse, verrebbe avvilita, governata senza giustizia né umanità, aggravata dai dazi per l’utile non proprio, ma dei suoi padroni, straziata da leggi fatte a questo medesimo scopo, quindi sarebbe sempre povera, ignorante e disprezzata.
Ma come dimostrate che la Sicilia abbia una individualità a sé?
Iddio le stese d’ogni intorno i mari per separarla da tutt’altra terra e difenderla dai suoi nemici. La fece così grande di estensione, temperata di clima, fertile di suolo, da bastare non soltanto alla vita di più milioni di uomini, ma anche ai comodi, al lusso, ad ogni godimento, ad ogni industria, ad ogni commercio.
Ma come rispondete a quelli che oppongono che, essendo mutate le circostanze politiche d’Europa, per la fusione dei piccoli nei grandi Stati, la Sicilia non potrebbe più sostenersi da sé?
In primo luogo è da considerare che la Sicilia, per la sua grandezza e per la natura montuosa del territorio e per la fierezza degli abitanti, non è un’isola facile a conquistare.
Secondo: è un fatto, in politica, che gli Stati piccoli si mantengono per la gelosia reciproca dei grandi, nessuno dei quali permetterebbe a un altro di ingrandirsi con la conquista a spese dei piccoli Stati. Diversamente non esisterebbe la libera Svizzera che ha meno di due milioni di abitanti; né la libera Grecia che ne ha solo un milione: mentre la Sicilia ne ha più di due milioni! Se la perfezione politica di uno Stato consistesse nella grandezza, la Russia e la Cina sarebbero gli Stati più felici del mondo!”.
Così scriveva, più di un secolo fa, Michele Amari. Oggi, queste parole sono doppiamente vere. Oggi la Sicilia ha quattro milioni di abitanti, pronti e decisi a vendicare le antiche e le recenti offese, pronti e decisi a ottenere l’indipendenza dal resto d’Italia.
Non si può più continuare come per il passato. Per noi siciliani, è questione di vita o di morte. Separarci o morire!
Sonnino, che non era né separatista né siciliano, ma che fu anzi più volte Ministro e due volte Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, ha scritto queste sacrosante parole:
“Quel che trovammo nel 1860 dura ancora. La Sicilia lasciata a sé troverebbe il rimedio: stanno a dimostrarlo molti fatti particolari; e ce l’assicurano l’intelligenza e l’energia della sua popolazione e l’immensa ricchezza delle sue risorse. Ma noi italiani delle altre province impediamo che tutto ciò avvenga; abbiamo legalizzato l’oppressione esistente; ed assicuriamo l’impunità all’oppressione!”
Se questo poteva scrivere Sonnino, quanto più terribile e amara è la verità! Noi siciliani siamo stati considerati sempre come la feccia dell’umanità, buoni soltanto a pulire gli stivali dei signori venuti dal continente!
E non si creda che domani, con un regime migliore, più liberale, più umano, possano accomodarsi i nostri guai! Credere ciò sarebbe un gravissimo errore.
Innanzitutto, nessun governo, per generoso che sia, ci restituirà mai (se non costrettovi dalla forza) quel che ci è stato rubato in ottanta anni. E se pure ne avesse l’intenzione, verrebbe cacciato via dagli stessi italiani prima di compiere quest’atto di giustizia e di riparazione.
In secondo luogo, l’incomprensione tra la Sicilia e il continente non deriva dalla cattiva volontà degli uomini. Deriva dalla situazione, per cui sono state unite regioni che dovevano stare separate. Deriva dal contrasto degli interessi.
L’industria siciliana danneggerebbe l’industria continentale: questo è certo. La nostra floridezza andrebbe a tutto scapito della floridezza dei nostri sfruttatori.
Perciò la Sicilia non può e non potrà mai vivere d’accordo col continente italiano.
Soltanto degli ingenui possono sperare in un avvenire migliore, pur persistendo nell’unione con l’Italia. E si illudono che forse qualche siciliano potrebbe andare al governo d’Italia…
Sciagurati! Quante volte i siciliani sono andati al governo, da Crispi a Orlando, che bene ne ha veduto mai la Sicilia?
Giuseppe Santoro, nel citato volume a cura di Castelnuovo, ha scritto queste giuste parole: “La circostanza più grave è che la Sicilia è stata maggiormente trascurata da quegli stessi suoi figli che pervennero ai più alti fastigi del potere e del sapere”.
Perché? – mi chiedete. Ma per una ragione evidentissima!
Il continente è molto più forte della Sicilia. Quindi il governo viene nominato o mandato a casa dal continente. Ora, come potete immaginare che il continente chiami al governo uno che anteponga la Sicilia al continente?

ANTONIO CANEPA (MARIO TURRI)

La rabbia non mi fa dormire più la notte...

Sono di Palermo, ho 58 anni, mi chiamo CAMMARATA Vincenzo, ho deciso di presentare richiesta di cambiamento del cognome poiché non sono più disposto a portare lo stesso cognome del Sindaco in quanto lo ritengo lesivo della mia dignità, non posso portare lo stesso cognome del Sindaco di Palermo dopo i recenti fatti... barca e aumento immorale dell'aliquota addizionale comunale Irpef.

La rabbia non mi fa dormire più la notte, la rabbia che cresce a dismisura dentro il mio petto e infiamma le viscere e la mente.

La rabbia nel constatare che non si riesce ad andare oltre le proteste ironiche eccetera (vedi Piazza Pretoria, ore 11,00, sabato 26.9.09), che nulla possono per cambiare realmente lo stato di cose.

La rabbia di vedere la mia vita che sta giungendo alla fine e che a Palermo non è cambiato niente da quando ero ragazzino (Sciascia docet).

La rabbia per me è l’unico stato d'animo che non ho mai saputo gestire e governare e vi assicuro che annienta.

La rabbia che nasce da questa terribile sensazione di impotenza totale a cambiare le cose, ad impedire minimamente le ingiustizie che quotidianamente o quasi siamo costretti a subire (aumento addizionale comunale Irpef, che serve per pagare i soldi sperperati dall’Amministrazione comunale (i fatti sono noti e sotto gli occhi di tutti).

La rabbia nel constatare che i miei concittadini non partecipano mai alle vicende politiche che pur li riguardano da vicino.

La rabbia di sapere che non posso impugnare una Cal 9 x 21 e finalmente fare piazza pulita... (omissis) a mali estremi... ma non è nella mia natura.

Il signor Sindaco non lo sa, ma con le sue azioni ha sporcato ed infangato la memoria di mio padre Cammarata Francesco che mi ha insegnato attraverso il suo esempio di vita più che con le parole, il valore inestimabile dell'Onestà, della Lealtà, della Dignità umana e del coraggio. Mi ha insegnato ad aborrire tutte le guerre ed a detestare la mafia.

Ricordo, io ragazzino, che un giorno ed in tempi non sospetti, passeggiavamo in via Libertà a Palermo, mio padre vide venirgli incontro l'allora futuro sindaco di Palermo Vito Ciancimino - si conoscevano in quanto compaesani nati entrambi a Corleone - ed invece di ricambiare il caloroso saluto rivoltogli dall'assessore Ciancimino lo apostrofò con toni durissimi dandogli del "Pulcinella", poi gli disse: Sei solo un Buffone, sei un uomo senza onore, un burattino in mano ai mafiosi, stai rovinando la città di Palermo - erano i tempi del famoso sacco di Palermo e credo prima della strage di viale Lazio.

Quando uccisero Il generale Dalla Chiesa e vidi le immagini in televisione ricordo che piansi pensando a papà che già non c'era più, perché incarnava la figura di mio padre, anche lui un militare onesto.

Piansi di rabbia perché non si erano potuti difendere sotto i colpi vigliacchi dei mitragliatori, piansi di pena per la moglie giovane ed innocente, piansi per la vergogna di essere palermitano.

Questo mio inutile pianto negli anni di continui massacri mafiosi si è trasformato in quella rabbia impotente.

Io non dimentico...

Se penso al Dr. Borsellino o al Dr. Falcone ed ai tanti caduti di mafia la rabbia è ancora tutta viva e forte e presente ed agita il mio cuore e brucia.

E tutti questi morti non sono morti ieri o l'altro ieri, ma adesso!

Continuano ad essere uccisi adesso, adesso!

Mi capite????!!!!!

Non voglio aggiungere altro.

Vincenzo Cammarata

http://www.dongiorgio.it/principale.php?id=233

lunedì 28 settembre 2009

GALA’ EQUESTRE “Cavalli sotto le stelle”

GALA’ EQUESTRE “Cavalli sotto le stelle”
SAN FRATELLO Messina 03/10/2009

Dopo l’ampio successo di pubblico e di critica riscontrato nelle precedenti edizioni , il suggestivo Comune di San Fratello provincia di Messina, con la sua storia, la cultura, la musica, sarà lo scenario del Gala’ equestre “Cavalli sotto le stelle”, una manifestazione diventata nel tempo un elemento prezioso della Sicilianità e storia della nostra terra e che rappresenta la nascita ed il codice genetico dei “ I Gattopardi Sicilia” che ho l’onore di presiedere..Cavalli sotto le stelle, unica nel suo genere è diventata negli anni un punto di riferimento nel panorama Regionale per l’addestramento ed il debutto del binomio nell’arte equestre. La manifestazione ideata dalla nostra associazione, si terrà la sera del 03 ottobre 2009, alle ore 19:30 nel campo sportivo del comune di San Fratello , con uno strepitoso Gala’ di cavalli ed abili cavalieri , seguiti del coordinatore regionale Giovanni Palazzotto e il capo gruppo Giovanni Accardo . L’edizione di quest’anno vedrà protagonisti , cavalli, cavalieri e dame, in un tutt’uno d’eleganza, femminilità e simbiosi, allo scopo di valorizzare la nostra terra, i nostri costumi e l’antica dignità equestre Siciliana che ci ha contraddistinto in un contesto europeo. Tutto ciò, creerà un’atmosfera tutta speciale e regalerà una serata magica ed una grande emozione a quanti vedranno nel cavallo e nella sua storia millenaria un animale, misterioso ed unico. Allora , è giunto il momento di emozionarvi entrando nell’atmosfera incantata del più straordinario ed unico evento regionale dove saranno protagonisti i migliori maestri equestri Siciliani e l’associazione di Alta Scuola Spagnola in Italia .Una cavalcata attraverso la storia, percorrendo miti, leggende e fasti di un rapporto infinito di amore, collaborazione e fiducia, fin dal primo giorno in cui l’uomo è salito sul suo cavallo per domarlo. Un proverbio arabo dice: “Il cavallo è un dono di Dio agli uomini” e Noi il 03/ottobre/ 2009, lo offriremo a Voi!



Programma del Gala’ 2009




Ore 19.30 Campo sportivo: Presentazione del Gala’ Equestre a cura dei Gattopardi.
Apertura spettacolo: Dalla libertà alla doma.
Passerella Razze Equine allevate in Sicilia.
Saggio Equestre di Scuola: Il Maneggio incantato.
Fuego Sivigliano.
Il cavallo nel west..
Arte equestre rinascimentale i Cavalieri della stella
Il cavallo, l’arte, la musica e la danza.
Il vento del deserto
Chiusura spettacolo: Il cavallo in liberta.


Per ulteriori informazioni relative alla manifestazione consultate il sito: www.igattopardi.it


Dott. Vincenzo Allegra
Presidente dei Gattopardi Sicilia

domenica 27 settembre 2009

"Memorie" di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa. (7a parte)

Mis, Americani e Mafia


Onorevole Gallo, le ho lasciato finora la parola in considerazione del fatto che lei non parla da trent’anni. Ora però è venuto il momento delle domande. Chi finanziò realmente il Mis?

«Nessuno, mi creda. Sull’indipendentismo siciliano sono state dette, tra le altre cose, due grosse infamità: che fosse stato finanziato dagli americani e che gli indipendentisti siciliani operassero per fare diventare la Sicilia la “quarantanovesima stella degli Stati Uniti”. Due infamità.
Nessuno ci diede un soldo. Armi ed equipaggiamenti venivano acquistati con i nostri mezzi. Io per esempio, per mantenere l’Evis sui Piani della Fiera, nei pressi di Caltagirone, vendevo l’olio che si produceva in una proprietà di mia moglie. Subito dopo la battaglia del 29 dicembre 1945, nella proprietà di mia moglie a San Mauro, le forze armate di polizia trovarono venticinque quintali di olio e se lo portarono via. Nessuno ne seppe mai niente.

Quanto al “Movimento per la quarantanovesima stella degli Stati Uniti”, quello fu qualcosa di diverso dal Mis. Fu un organismo creato da due tizi che ebbero persino la spudoratezza di presentarsi al nostro primo congresso di Taormina e che vennero letteralmente buttati fuori. Tra l’altro uno di questi due era un tipo abbastanza originale. Tanto per dirne una, teneva comizi per tutti i partiti. Bastava che lo pagassero e lui parlava in piazza. Non importa per chi. Questa della quarantanovesima stella fu un’infamità sulla quale giocò molto, successivamente, il governo centrale e soprattutto Scelba, ministro degli Interni, per screditarci agli occhi dei siciliani».

Però, onorevole, il Movimento ebbe l’appoggio degli alleati. E dell’America in particolare. Ci furono accordi in questo senso, che lei sappia?

«Io non so se ci siano stati accordi. So che se ci fossero stati accordi Andrea Finocchiaro Aprile me lo avrebbe detto: allora o più tardi. Ho riferito l’episodio di Palermo con l’uomo dell’Intelligence Service ho raccontato come uscii da Catania vestito da commodoro americano in una macchina americana accanto all’ammiraglio. Quello che posso supporre è questo. Ed è ovvio: per avere una base popolare in Sicilia durante lo sbarco, gli americani solleticarono la vanità dei siciliani lasciando intendere, anche con i fatti, tipo referendum, che un giorno gli Usa avrebbero potuto operare per l’indipendenza della Sicilia. Atteggiamento che continuarono a tenere anche dopo la conquista dell’Italia del Nord. Quando a Yalta si spartirono il mondo e quando il governo italiano li rassicurò della sua fedeltà all’Occidente, allora mollarono ogni cosa. E così che gli americani si ritirarono e ci lasciarono al nostro destino».

Ma la mafia, onorevole, la mafia vi appoggiò?

«Anche sul ruolo della mafia si è sempre detto molto a sproposito. Dopo il fascismo, riprese in Sicilia la vita politica. E la vita politica siciliana era, come si può capire, in gran parte impregnata di mafia. Era così con Vittorio Emanuele Orlando ed è stato così anche dopo. La mafia, dunque, mortificata dal fascismo, ricomparve con la liberazione. I capi mafiosi si guardano attorno e capirono che in quel momento c’era un solo partito vincente: il Mis. Il Mis aveva le simpatie della popolazione; le simpatie degli alleati; molte probabilità di conquistare il potere. Ecco perché la mafia, con in testa Calò Vizzini, entrò in massa nel Mis. Calogero Vizzini andava addirittura in giro con la Trinacria all’occhiello anche dopo la fine del Mis per farsi passare come perseguitato politico. Ma la mafia, che cominciava ad avere i suoi collegamenti con il Nord, capì subito che il Mis non aveva alcuna prospettiva a lunga scadenza. E quando all’inizio del 1946 si profilò il referendum istituzionale, la mafia era in gran parte fuori dal Mis. Si era ormai piazzata in un certo partito, in alcuni partiti, ma in particolare, dove sapeva di avere molte probabilità di vittoria. Ormai, infatti, erano arrivati gli alti commissari; era arrivato il potere insieme con il quale la mafia avrebbe potuto operare.

Oggi dico questo: che nel secondo periodo dell’Evis la mafia contrastò anziché favorire il separatismo. E non per una questione ideale, per un motivo tattico-strategico. La mafia aveva forti agganci con tutte le bande armate che operavano sulle montagne siciliane. È chiaro che tutti i sequestri, i furti e le rapine avvenivano in Sicilia sotto il manto protettore della mafia. Ma quando gli uomini dell’Evis salirono sulle montagne, briganti e banditi dovettero fare i conti anche con quegli uomini. L’Evis aveva bisogno di tranquillità per operare e per organizzarsi come esercito clandestino. E le scorrerie dei briganti, alle quali seguivano i rastrellamenti della polizia, non erano l’ideale.
Allora si decise di fare patti chiari con i banditi. Li cercai ovunque e dissi loro chiaro e duramente: “Qui agisce l’Evis. E necessario, dunque, che voi non operiate in queste zone”. Alcuni capirono l’antifona a volo e si squagliarono. Altri invece, come i fratelli Franco, non ne vollero sentire e allora si diede mano alle armi. Un giorno rimasero sul terreno tre banditi, proprio della banda Franco. I giornali, l’indomani, pubblicarono che erano stati ammazzati dai carabinieri. Non era vero. Ma a noi andava bene anche così.

Questo per dire che collusioni tra noi e banditi non ce ne furono. Anche perché, fatta eccezione per Giuliano, tutti gli altri erano tagliaborse e grassatori. Rapinavano anche per un paio di scarpe e per dieci lire. Giuliano no, Giuliano era diverso. Giuliano, tutto sommato, aveva una sua “morale”. Ricordo quando uno della sua banda fece una estorsione a suo nome senza che lui ne sapesse niente. Venuto a conoscenza della cosa, Giuliano lo attese e l’ammazzò. Quando arrivarono i carabinieri per portare via il cadavere, uscì da dietro un muro Giuliano col mitra spianato e disse loro: “Lasciatelo là. E un cane e merita di essere mangiato dai cani”.

No, no, mi spiace sfatare una leggenda, non avemmo alcun appoggio dalla mafia. Anzi, proprio perché io operavo in quel modo sbrigativo contro banditi e briganti presso i quali avevo conquistato un indubbio prestigio, un giorno mi mandò a chiamare don Calò Vizzini a Palermo.
“Ma che fai”, mi disse non appena mi vide. Risposi “Faccio quello che debbo fare”. E lui: “Stai attento perché uno di questi giorni ci potrai lasciare la pelle. Stai attento”. La mia forza e il mio prestigio in montagna crescevano, e i vari don Calò non gradivano tutto ciò che sminuiva la loro forza.
Ecco quali erano i nostri rapporti con la mafia. Ripeto, all’inizio, è vero, entrarono in massa nel Mis. Ma quando capirono che noi il potere non lo avremmo mai conquistato si squagliarono e finirono negli altri partiti. E, la sensazione della fuga dei mafiosi io l’ebbi alla vigilia del referendum, nel 1946, quando un rapporto della polizia di Palermo informava il Ministero dell’Interno che “si poteva stare tranquilli perché la mafia aveva abbandonato il Mis”. E il referendum confermò poco dopo: noi avemmo solo quattro deputati alla Costituente. Se avessimo avuto dietro la mafia ne avremmo portati quaranta».

Onorevole Gallo è ormai pacifico che Lucky Luciano “operò” per la liberazione della Sicilia. Lavorò anche per l’indipendentismo?

«A me personalmente questo non risulta. Io ho conosciuto Luciano, a Napoli, nel 1948, al rientro da un mio viaggio negli Usa. Passammo una serata insieme. Lo rividi più tardi, con grande disappunto del questore di Catania che si indignò e volle conto e ragione.

Ripeto, vidi parecchie volte Luciano. Gli chiesi anche di quella famosa circostanza di cui parlano tutti: l’accordo con don Calò Vizzini, il fazzoletto con la lettera “L” buttato a Corleone da un aereo americano prima dello sbarco degli alleati. Non mi disse niente di preciso, come era nel suo carattere. Si schermiva: “Eh, eh, dicono, dicono. Dicono tante cose. Lasciali dire”. E chiuse l’argomento. Quanto al Mis, posso dire che con Luciano non ebbe mai nulla a che vedere».

Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis

Effettivamente, quanto sostenuto da Gallo nella risposta alla prima domanda, trova conferma in una nota dell’Alto Commissario Aldisio (9 ottobre1944), che individuava un certo Lanza, Maggiore americano, fra gli esponenti di primo piano del “Movimento per la 49a stella degli Stati Uniti”.

In realtà, tale idea era caldeggiata dal “Fronte Democratico d’Ordine Siciliano”, il cui programma tendeva alla separazione dell’Isola dal continente, sotto la sfera d’influenza americana. Per i suoi fini programmatici, il movimento della “49a stella” si discostava, quindi, nettamente dal Mis capeggiato da Andrea Finocchiaro Aprile, che propugnava, ufficialmente, l’Indipendenza assoluta della Sicilia.

È pure vero che la mafia, per mezzo del suo capo carismatico don Calogero Vizzini tentò di entrare nelle fila del Mis. Infatti, abbiamo notizia che nella villa di Lucio Tasca a Mondello (Palermo) il 6 dicembre 1943 i separatisti tennero una riunione segreta, sia per la delicatezza degli argomenti che avrebbero affrontato, sia perché l’AMGOT non consentiva che i partiti politici svolgessero alcuna attività. La riunione si svolgeva come Cis (Comitato per l’Indipendenza della Sicilia), poiché non si era ancora formalmente costituito il Mis.

I partecipanti erano una quarantina provenienti da tutta la Sicilia e non tutti si conoscevano fra di loro. Il personaggio più caratteristico ed anche il più anziano (76 anni) era il cav. Calogero Vizzini di Villalba. Questi, più noto come don Calò, dichiarò di rappresentare gli indipendentisti di Caltanissetta. Fu subito smentito da Antonino Varvaro, il quale affermò che nessuno degli iscritti di Caltanissetta si chiamasse Calogero Vizzini. Il vecchio “Don” non si scompose e ribatté che non bisognava pensare agli iscritti di quel giorno ma a quelli numerosi dell’indomani, soprattutto, perché ad un suo cenno, se necessario, sarebbero state bruciate tutte le Camere del Lavoro della Provincia. E concluse dicendo: “queste sono le tessere che porto io”.

La maggior parte dei presenti restò scandalizzata e non pochi espressero il loro sdegno. Vizzini, tuttavia, non fu espulso dalla riunione, ma non gli venne rilasciata nessuna tessera e nessuno dei dirigenti del Movimento lo cercò mai. Purtroppo la sua presenza alla riunione sarebbe rimasta come un’ombra indelebile sul movimento indipendentista, anche quando, non molto tempo dopo, il vecchio “don” sarebbe passato nell’area del partito, diventato, intanto, il più potente della Regione: la Democrazia Cristiana.

Non c’è dubbio, infine, che anche il banditismo cercò nel separatismo un approdo per nobilitarsi, ma la cosa più sicura è che si tentò di inquinare l’indipendentismo apposta per liquidarlo.

(7. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)

Berlusconi ha dato a Diego Cammarata il via libera per mettere le mani nelle tasche dei palermitani !

Cammarata ci aveva provato in consiglio comunale: proponeva il raddoppio delle tasse comunali nel tentativo di fare sopravvivere le dissestate municipalizzate. La proposta in consiglio comunale non passa; e che fa quindi il “ sindaco barcarolo “? Si rivolge all’ amico Silvio, che detto fatto in un consiglio dei ministri fa emanare un decreto ( unico nella storia, e precedente molto pericoloso per la democrazia di TUTTI ) che permette al ‘ Barcarolo ‘ di agire da solo infischiandosene del proprio consiglio comunale, sconfessando così la volontà dei rappresentanti dei cittadini, e dandogli così la licenza di tassare e tartassare i suoi cittadini.
Ai palermitani non resta che ringraziare “ l ‘utilizzatore finale e il barcarolo “ per avere raggiunto un record : PAGARE LE TASSE PIU’ ALTE D’ ITALIA !