giovedì 31 marzo 2011
EXIT, Uscita di Sicurezza 30/03/2011 - Berlusconi va alla guerra
Lampedusa: il finto consenso a Berlusconi e la selezione all’ingresso
mercoledì 30 marzo 2011
729 anni fa a Palermo...
Si vuole che, quando l'Arcivescovo Gualtiero Offamilio, pose la prima pietra per la erigenda Chiesa di Santo Spirito, per un eclissi, oscuravasi il sole. Ciò nell'anno 1173.
Sorse così la Chiesa e l'annesso monastero di Santo Spirito nella grande pianura che, per decreto del viceré Caracciolo, nel 1782, divenne il cimitero di Sant'Orsola.
Era costume dei Palermitani, recarsi il lunedì di Pasqua in quella grande pianura, per mangiare all'aperto e divertirsi.
Giovanni di Saint Remy, giustiziere di Val di Mazara, aveva proibito ai cittadini, nell'anno 1282, pena la vita, di portare armi.
Droetto, ufficiale francese, avendo ammiccato fra la folla una leggiadra giovinetta, decise, malgrado quella fosse in compagnia dei genitori e del fidanzato, di metterle le mani nel petto, con la scusa di accertarsi se avesse armi nascoste. La giovane donzella, a quell'atto, gridò e svenne.
L'insulto fatto ad una fanciulla fu la scintilla che provocò la ribellione, che doveva propagarsi rapidamente in tutta l'Isola.
Un ardimentoso giovane, accortosi di quell'atto inverecondo, trasse dal fianco stesso del francese, la spada, e gliela immerse nel seno. In quel momento le campane annunziavano l'ora del vespro. Un grido solo eruppe dal petto degli astanti: — Muoiano i Francesi! —
I Palermitani armatisi di sassi li scagliarono contro i Francesi.
Il gesto di Droetto fu come la goccia che fa traboccare il vaso già colmo.
La zuffa fu breve, ma la strage fu grande : duecento erano i francesi e duecento ne caddero. Gli insorti corsero alla città e ripeterono il fatidico grido : — Morte ai Francesi! —. Quella stessa notte il popolo palermitano, adunatosi a Parlamento, stabilì di reggersi a Comune sotto la protezione della Chiesa. Suscitata così la rivolta, i baroni corsero alle loro terre, animando dappertutto il popolo a seguire l'esempio di Palermo. Questa formidabile rivolta, combattuta con sassi, coltelli e bastoni, fu la più eloquente espressione del carattere siciliano, che, di fronte alla tirannide, insorse con uno scatto spontaneo ed impulsivo.
Il grido di « Muoiano i Francesi! » fu da Dante raccolto e rivestito di poesia (1):
E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo;
se mula signoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar « Mora! Mora! ».
Nella riunione della notte seguente l'eccidio, i Palermitani dessero come loro capi Ruggero Mastrangelo, Nicolo Ebdomonia, Arrigo Baviero e Nicoloso Ortoleva. Ripresero il loro vecchio vessillo: l'aquila d'oro in campo rosso. Giovanni di Saint Remy con un pugno di animosi, sperava di tener testa ai rivoltosi; ferito in volto, fuggì sperando di trovar riparo al castello di Vicari, ma raggiunto dai rivoltosi di Palermo e da quelli di Caccamo, fu ucciso.
Sul finir d'aprile non v'era più traccia del dominio francese in Sicilia. Carlo d'Angiò, ordinò a Erberto di domare Palermo, ma la rivolta di Messina lo costrinse a sollecitare aiuti in Francia. Con un grosso esercito e col legato del Papa armato di scomuniche, Carlo mosse sopra Messina, dopo di essere sbarcato in Milazzo.
I Messinesi respinsero eroicamente l'assalto, deposero Mussone, primo loro capitano del popolo, che s'era lasciato sconfìggere, ed dessero Alaimo da Lentini, vecchio ma savio. Dopo tre giorni re Carlo ritentò la battaglia, ma anche questa volta i Francesi furono respinti. Anche le donne, vegliarono sui destini della loro città e, quando una notte le truppe di Carlo tentarono di scalare le mura della Capperina, le donne affrontarono il nemico e gridarono soccorso. I cittadini accorsero e i Francesi furono inseguiti. I nomi di Dina e Clarenza (le due donne che ritroviamo raffigurate nel campanile di Messina) si resero celebri per il loro eroismo.
Re Pietro d'Aragona giocò di astuzia, diede ad intendere che il Queralt e il Castelnau sarebbero andati dal Papa, mentre segretamente li inviò in Palermo per far conoscere che era pronto a debellare Carlo d'Angiò.
Dopo tale annuncio re Pietro, il 4 settembre, giunto in Palermo, intimò a Carlo di abbandonare la Sicilia, e corse subito a dare aiuto a Messina.
Ordinò nel frattempo all'ammiraglio Ruggero di Lauria di recarsi con tutte le galère siciliane e aragonesi a combattere improvvisamente l'armata Angioina.
Intanto Arrighino da Genova, ammiraglio di Carlo, fu di ciò avvisato da una spia. Consigliò quindi Carlo di oltrepassare lo stretto di Messina.
Quando giunse il Lauria, molte galère avevano di già guadagnato la costa calabrese, ma potè sempre distruggere quelle che non avevano fatto in tempo ad allontanarsi.
Così Messina, con la virtù completò la liberazione dal dominio gravoso degli Angioini della Sicilia, che Palermo a suo onore e vanto aveva iniziato il lunedì di Pasqua del 1282. Essenzialmente popolana e borghese, senza che alcun nome di feudatari potenti vi figurasse nel suo primo periodo, la rivoluzione del Vespro, per cinque mesi non suonò che repubblica, federazione di Municipi a modo Guelfo sotto la tutelare autorità della Chiesa (l). La guerra tra Angioini ed Aragonesi, si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta, cittadina fondata dagli Arabi.
TRATTO DA STORIA DI SICILIA DI G.GANCI BATTAGLIA
(1) Paradiso - Canto Vili, versi 67-75.
(1) L'indomani del Vespro si ribellarono ai francesi tutte le città vicine, prima fra tutte Corleone, che il 3 Aprile inviò i suoi ambasciatori a Palermo per realizzare una lega per la comune difesa. Questo patto diede vita al primo nucleo della Federazione Siciliana dopo la rivoluzione contro i francesi. Per Palermo firmarono i capitani del popolo « Ruggiero Mastrangelo, Arrigo Baverio, Niccolo D'Ortilevo Militi e Niccolo d'Ebdemonia, il governatore della città giudice Jacopo Simonide e i consiglieri Tommaso Grillo, Simone de Farrasio, Perrone di Caltagirone, Bartolotto de Milite, Luca de Guidayfo, Riccardo Fimetta Milite e Giovanni de Lampo; per Corleone gli oratori di quella città. Guglielmo Basso,, Guifone de Miraldo e Guglielmo Corto.
I due Comuni, in forza di tale patto si impegnavano all'unione, alla fedeltà, ed alla fratellanza. Nel contempo dovevano aiutarsi nella difesa con armi, persone e denari e assicurava i diritti della reciproca cittadinanza e le franchigie dalle imposte sui dazi.
Sorse così la Chiesa e l'annesso monastero di Santo Spirito nella grande pianura che, per decreto del viceré Caracciolo, nel 1782, divenne il cimitero di Sant'Orsola.
Era costume dei Palermitani, recarsi il lunedì di Pasqua in quella grande pianura, per mangiare all'aperto e divertirsi.
Giovanni di Saint Remy, giustiziere di Val di Mazara, aveva proibito ai cittadini, nell'anno 1282, pena la vita, di portare armi.
Droetto, ufficiale francese, avendo ammiccato fra la folla una leggiadra giovinetta, decise, malgrado quella fosse in compagnia dei genitori e del fidanzato, di metterle le mani nel petto, con la scusa di accertarsi se avesse armi nascoste. La giovane donzella, a quell'atto, gridò e svenne.
L'insulto fatto ad una fanciulla fu la scintilla che provocò la ribellione, che doveva propagarsi rapidamente in tutta l'Isola.
Un ardimentoso giovane, accortosi di quell'atto inverecondo, trasse dal fianco stesso del francese, la spada, e gliela immerse nel seno. In quel momento le campane annunziavano l'ora del vespro. Un grido solo eruppe dal petto degli astanti: — Muoiano i Francesi! —
I Palermitani armatisi di sassi li scagliarono contro i Francesi.
Il gesto di Droetto fu come la goccia che fa traboccare il vaso già colmo.
La zuffa fu breve, ma la strage fu grande : duecento erano i francesi e duecento ne caddero. Gli insorti corsero alla città e ripeterono il fatidico grido : — Morte ai Francesi! —. Quella stessa notte il popolo palermitano, adunatosi a Parlamento, stabilì di reggersi a Comune sotto la protezione della Chiesa. Suscitata così la rivolta, i baroni corsero alle loro terre, animando dappertutto il popolo a seguire l'esempio di Palermo. Questa formidabile rivolta, combattuta con sassi, coltelli e bastoni, fu la più eloquente espressione del carattere siciliano, che, di fronte alla tirannide, insorse con uno scatto spontaneo ed impulsivo.
Il grido di « Muoiano i Francesi! » fu da Dante raccolto e rivestito di poesia (1):
E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo;
se mula signoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar « Mora! Mora! ».
Nella riunione della notte seguente l'eccidio, i Palermitani dessero come loro capi Ruggero Mastrangelo, Nicolo Ebdomonia, Arrigo Baviero e Nicoloso Ortoleva. Ripresero il loro vecchio vessillo: l'aquila d'oro in campo rosso. Giovanni di Saint Remy con un pugno di animosi, sperava di tener testa ai rivoltosi; ferito in volto, fuggì sperando di trovar riparo al castello di Vicari, ma raggiunto dai rivoltosi di Palermo e da quelli di Caccamo, fu ucciso.
Sul finir d'aprile non v'era più traccia del dominio francese in Sicilia. Carlo d'Angiò, ordinò a Erberto di domare Palermo, ma la rivolta di Messina lo costrinse a sollecitare aiuti in Francia. Con un grosso esercito e col legato del Papa armato di scomuniche, Carlo mosse sopra Messina, dopo di essere sbarcato in Milazzo.
I Messinesi respinsero eroicamente l'assalto, deposero Mussone, primo loro capitano del popolo, che s'era lasciato sconfìggere, ed dessero Alaimo da Lentini, vecchio ma savio. Dopo tre giorni re Carlo ritentò la battaglia, ma anche questa volta i Francesi furono respinti. Anche le donne, vegliarono sui destini della loro città e, quando una notte le truppe di Carlo tentarono di scalare le mura della Capperina, le donne affrontarono il nemico e gridarono soccorso. I cittadini accorsero e i Francesi furono inseguiti. I nomi di Dina e Clarenza (le due donne che ritroviamo raffigurate nel campanile di Messina) si resero celebri per il loro eroismo.
Re Pietro d'Aragona giocò di astuzia, diede ad intendere che il Queralt e il Castelnau sarebbero andati dal Papa, mentre segretamente li inviò in Palermo per far conoscere che era pronto a debellare Carlo d'Angiò.
Dopo tale annuncio re Pietro, il 4 settembre, giunto in Palermo, intimò a Carlo di abbandonare la Sicilia, e corse subito a dare aiuto a Messina.
Ordinò nel frattempo all'ammiraglio Ruggero di Lauria di recarsi con tutte le galère siciliane e aragonesi a combattere improvvisamente l'armata Angioina.
Intanto Arrighino da Genova, ammiraglio di Carlo, fu di ciò avvisato da una spia. Consigliò quindi Carlo di oltrepassare lo stretto di Messina.
Quando giunse il Lauria, molte galère avevano di già guadagnato la costa calabrese, ma potè sempre distruggere quelle che non avevano fatto in tempo ad allontanarsi.
Così Messina, con la virtù completò la liberazione dal dominio gravoso degli Angioini della Sicilia, che Palermo a suo onore e vanto aveva iniziato il lunedì di Pasqua del 1282. Essenzialmente popolana e borghese, senza che alcun nome di feudatari potenti vi figurasse nel suo primo periodo, la rivoluzione del Vespro, per cinque mesi non suonò che repubblica, federazione di Municipi a modo Guelfo sotto la tutelare autorità della Chiesa (l). La guerra tra Angioini ed Aragonesi, si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta, cittadina fondata dagli Arabi.
TRATTO DA STORIA DI SICILIA DI G.GANCI BATTAGLIA
(1) Paradiso - Canto Vili, versi 67-75.
(1) L'indomani del Vespro si ribellarono ai francesi tutte le città vicine, prima fra tutte Corleone, che il 3 Aprile inviò i suoi ambasciatori a Palermo per realizzare una lega per la comune difesa. Questo patto diede vita al primo nucleo della Federazione Siciliana dopo la rivoluzione contro i francesi. Per Palermo firmarono i capitani del popolo « Ruggiero Mastrangelo, Arrigo Baverio, Niccolo D'Ortilevo Militi e Niccolo d'Ebdemonia, il governatore della città giudice Jacopo Simonide e i consiglieri Tommaso Grillo, Simone de Farrasio, Perrone di Caltagirone, Bartolotto de Milite, Luca de Guidayfo, Riccardo Fimetta Milite e Giovanni de Lampo; per Corleone gli oratori di quella città. Guglielmo Basso,, Guifone de Miraldo e Guglielmo Corto.
I due Comuni, in forza di tale patto si impegnavano all'unione, alla fedeltà, ed alla fratellanza. Nel contempo dovevano aiutarsi nella difesa con armi, persone e denari e assicurava i diritti della reciproca cittadinanza e le franchigie dalle imposte sui dazi.
martedì 29 marzo 2011
Munnizza più monnezza !
La Sicilia dell'emergenza rifiuti "importa" immondizia dalla Campania. In base a un accordo fra la società che gestisce la discarica di Mazzarrà Sant'Andrea, provincia di Messina, e la Sapna, l'azienda pubblica che gestisce il ciclo dei rifiuti a Napoli, è in corso da qualche settimana il trasferimento nell'Isola di 25 mila tonnellate di spazzatura. Rifiuti trattati nei siti di Giugliano e Tufino e spediti a Sud: così la Campania allevia le proprie sofferenze, quelle che nei mesi scorsi hanno proiettato nel mondo le immagini dei cassonetti ricolmi e delle proteste di piazza. Ma la destinazione finale dei rifiuti è un'altra regione, la Sicilia, che non sta molto meglio: tanto da diventare oggetto, sin dal luglio scorso, di una dichiarazione di stato di emergenza da parte del governo nazionale. Una storia che ha poi un risvolto incredibile: la Regione, di questa operazione, ufficialmente non sapeva nulla. E ora l'assessore all'Energia e ai Rifiuti, Giosuè Marino, ha disposto un'ispezione. Anche per capire se l'Isola, in questo momento, accoglie spazzatura pure in altre discariche. Il caso è già politico: Franco Piro, dirigente del Pd, reputa "assurdo e paradossale" il fatto che una Regione in emergenza "importi ingenti quantitativi di spazzatura che vanno a saturare le poche discariche disponibili. Ed è incredibile che né il commissario delegato (il governatore Lombardo, ndr) né l'assessore competente ne sappia nulla. Tutto ciò apre un altro scenario inquietante: sul fronte dei rifiuti i controlli sono inesistenti".
Da fine gennaio è un via vai di camion sulla rotta fra la provincia napoletana e le colline messinesi. Il carico ha un nome in codice: 19.12.12, ovvero scarti della lavorazione del compost. Rifiuti trattati, o meglio biostabilizzati e tritovagliati, per usare termini tecnici che indicherebbero comunque materiale poco nocivo per l'ambiente. E, soprattutto, in grado di viaggiare da una regione all'altra senza bisogno di autorizzazioni. "Si tratta di un accordo privato per smaltire rifiuti speciali, e non solidi urbani, che possono dunque essere trasferiti senza previo accordo fra gli organi regionali", dice Pino Innocenti, amministratore delegato della Tirrenambiente, la spa che gestisce il sito di Mazzarà Sant'Andrea. Innocenti fornisce le cifre senza remore: "Abbiamo già accolto 11 mila tonnellate di rifiuti, e non è un dato aggiornatissimo. Secondo le nostre stime, entro i primi giorni di aprile l'intero quantitativo sarà trasferito a Mazzarà. Venticinquemila tonnellate possono sembrare molte, ma il nostro sito ne può accogliere un milione e 700 mila. Non è un business, anzi operiamo in ossequio al principio di solidarietà. Cosa dire allora del percolato siciliano portato in Calabria?" Il trasporto dei rifiuti è stato affidato a un'associazione di imprese costituita dalla ditta D'Angelo di Alcamo e dalla Profineco di Palermo. Proprio Vincenzo D'Angelo ha detto al giornale messinese "Centonove" che non è solo filantropia quella che muove i gestori delle discariche siciliane: "Molti mi fanno la corte: una parte sostanziosa dei 200 euro a tonnellata va a loro. E Tirrenoambiente, per quanto mi risulta, se non avesse avuto questi rifiuti avrebbe dovuto chiudere per mancanza di liquidità".
Ma l'assessore Marino ora vuole vederci chiaro: "Venticinquemila tonnellate? È proprio sicuro?", chiede al telefono. Poi afferma: "Su questa vicenda ho già disposto una verifica, che deve coinvolgere anche l'amministrazione provinciale di Messina chiamata a fare i controlli. A questo punto serve un'indagine ad ampio raggio, per capire se altri siti siano interessati da flussi di rifiuti in entrata. Il problema non è la liceità degli accordi. Ma la Regione deve sapere se la capacità delle discariche comprese nel piano per l'emergenza siciliana si va esaurendo per l'arrivo di rifiuti da altre zone d'Italia".
fonte: la Repubblica
Da fine gennaio è un via vai di camion sulla rotta fra la provincia napoletana e le colline messinesi. Il carico ha un nome in codice: 19.12.12, ovvero scarti della lavorazione del compost. Rifiuti trattati, o meglio biostabilizzati e tritovagliati, per usare termini tecnici che indicherebbero comunque materiale poco nocivo per l'ambiente. E, soprattutto, in grado di viaggiare da una regione all'altra senza bisogno di autorizzazioni. "Si tratta di un accordo privato per smaltire rifiuti speciali, e non solidi urbani, che possono dunque essere trasferiti senza previo accordo fra gli organi regionali", dice Pino Innocenti, amministratore delegato della Tirrenambiente, la spa che gestisce il sito di Mazzarà Sant'Andrea. Innocenti fornisce le cifre senza remore: "Abbiamo già accolto 11 mila tonnellate di rifiuti, e non è un dato aggiornatissimo. Secondo le nostre stime, entro i primi giorni di aprile l'intero quantitativo sarà trasferito a Mazzarà. Venticinquemila tonnellate possono sembrare molte, ma il nostro sito ne può accogliere un milione e 700 mila. Non è un business, anzi operiamo in ossequio al principio di solidarietà. Cosa dire allora del percolato siciliano portato in Calabria?" Il trasporto dei rifiuti è stato affidato a un'associazione di imprese costituita dalla ditta D'Angelo di Alcamo e dalla Profineco di Palermo. Proprio Vincenzo D'Angelo ha detto al giornale messinese "Centonove" che non è solo filantropia quella che muove i gestori delle discariche siciliane: "Molti mi fanno la corte: una parte sostanziosa dei 200 euro a tonnellata va a loro. E Tirrenoambiente, per quanto mi risulta, se non avesse avuto questi rifiuti avrebbe dovuto chiudere per mancanza di liquidità".
Ma l'assessore Marino ora vuole vederci chiaro: "Venticinquemila tonnellate? È proprio sicuro?", chiede al telefono. Poi afferma: "Su questa vicenda ho già disposto una verifica, che deve coinvolgere anche l'amministrazione provinciale di Messina chiamata a fare i controlli. A questo punto serve un'indagine ad ampio raggio, per capire se altri siti siano interessati da flussi di rifiuti in entrata. Il problema non è la liceità degli accordi. Ma la Regione deve sapere se la capacità delle discariche comprese nel piano per l'emergenza siciliana si va esaurendo per l'arrivo di rifiuti da altre zone d'Italia".
fonte: la Repubblica
domenica 27 marzo 2011
IL NOBEL PER LA PACE AGLI ABITANTI DI LAMPEDUSA
La grande tragedia che travolge migliaia di esseri umani in fuga dalla miseria e dalla morte pesa in modo straordinariamente sproporzionato su di una sparuta comunità di isolani, gli abitanti di Lampedusa.
Ormai da parecchi anni accolgono come possono i profughi africani che raggiungono l'isola, (vista secondo l'immagine che la società opulenta ama dare di sé) come il primo avamposto di un mondo migliore nel quale ricominciare a vivere.
Oggi il numero dei profughi supera quello degli abitanti, ma i lampedusani, pur disperati per essere impotenti di fronte alla inarrestabile invasione, abbandonati dallo stato e dalla comunità internazionale, fatti strumento di luride speculazioni politiche, continuano a dar prova di generosità, apertura e capacità di comprensione, che non trovano certo riscontro laddove ricchezza e abbondanza di mezzi non difettano.
L'esempio che continuano a dare costituisce, perciò, una grande lezione di civiltà, tanto più preziosa e straordinaria perché data senza condizioni e pregiudizi.
Questo esempio non deve essere oscurato o travolto dalla grettezza e dal razzismo di contesti politici e culturali che sembrano prevalere e montare in tutta Europa.
Perciò la “lezione” che i lampedusani stanno dando a tutto il mondo merita il più prestigioso riconoscimento internazionale.
Ormai da parecchi anni accolgono come possono i profughi africani che raggiungono l'isola, (vista secondo l'immagine che la società opulenta ama dare di sé) come il primo avamposto di un mondo migliore nel quale ricominciare a vivere.
Oggi il numero dei profughi supera quello degli abitanti, ma i lampedusani, pur disperati per essere impotenti di fronte alla inarrestabile invasione, abbandonati dallo stato e dalla comunità internazionale, fatti strumento di luride speculazioni politiche, continuano a dar prova di generosità, apertura e capacità di comprensione, che non trovano certo riscontro laddove ricchezza e abbondanza di mezzi non difettano.
L'esempio che continuano a dare costituisce, perciò, una grande lezione di civiltà, tanto più preziosa e straordinaria perché data senza condizioni e pregiudizi.
Questo esempio non deve essere oscurato o travolto dalla grettezza e dal razzismo di contesti politici e culturali che sembrano prevalere e montare in tutta Europa.
Perciò la “lezione” che i lampedusani stanno dando a tutto il mondo merita il più prestigioso riconoscimento internazionale.
sabato 26 marzo 2011
E ORA CHIEDETECI SCUSA!!!
La seguente lettera,verrà inviata a tutti gli organi di (dis)informazione italioti: stampa,TG,programmi di approfondimento. Vi prego di fare lo stesso anche voi. Facciamo sentire a tutti che siamo stanchi delle loro menzogne!!!
Per Napoli si profila un'altra emergenza rifiuti. L'ennesima in 20 anni. Con essa,arriveranno le polemiche,e gli immancabili insulti ai napoletani. "Napoli,rifiuto del mondo",tra i titoli meno offensivi degli ultimi tempi. Ma prima che si ripeta lo stesso copione,a nome di tutti i napoletani: PRETENDIAMO LE VOSTRE SCUSE E SOPRATTUTTO CHE SI DICA LA VERITA'. Perchè nessun giornale,Telegiornale o programma di approfondimento dice che l'emergenza rifiuti in Campania è stata creata a tavolino da chi aveva interessi economici in questo "business"? Perchè non ho mai letto nè sentito il nome di ROMITI,di IMPREGILO,dell'ABI,dei politici locali e nazionali,della Banca Sanpaolo IMI? Eppure,esistono inchieste giudiziarie e fascicoli aperti dalla Magistratura a riguardo. D'altro canto,perchè "infangare" il nome di chi vi paga lo stipendio o degli amici di,quando possiamo tirare in mezzo i "soliti napoletani"? Che sarà per loro,rifiuto del mondo,un insulto in più o uno in meno? D'altro canto,se anche non fosse vero che l'emergenza rifiuti è stata creata dalle loro pessime abitudini,chissenefrega? A noi mica interessa fare informazione. Ciò che ci interessa è salvaguardare il deretano di chi ci paga. Non è vero? La cosa veramente sconcertante è l'unità di intenti che arriva dagli organi di (dis)informazione di qualunque schieramento. Non importa che si sia di destra o di sinistra. L'importante è non far sapere la verità al mondo. E cioè,che i napoletani sono VITTIME del "sistema rifiuti",non certamente gli artefici. E che importa se,oltre alla Magistratura, esistono persone "indipendenti",professionisti come Travaglio,Santoro,Caporale,Gentilini,Saviano,Rabitti ed altri,che tentano disperatamente,in un magma di menzogne e giornalisti prezzolati,di far sapere la verità a tutti....tanto,ce l'abbiamo bella e pronta la scusa...e che importa se il WWF ha evidenziato che nei quartieri di Napoli in cui è stata avviata la raccolta differenziata,si raggiungono percentuali svizzere,fino oltre il 90%. E a chi importa se Portici,a 10km da Napoli,è una città esemplare in tal senso.E a cosa serve ricordare che l'Italiaunita S.P.A. si è beccata una bella multa per il modo VERGOGNOSO in cui è stata gestita la situazione e l'eurodeputata Merkies era letteralmente INORRIDITA per le discariche nel parco nazionale del Vesuvio. Ma adesso basta. Siamo stanchi delle vostre menzogne,pennivendoli senza scrupoli che infangate la nostra reputazione. Noi napoletani esasperati,ci attiveremo con tutti i nostri mezzi per far conoscere al mondo la verità. E grazie ad internet(e non certo a voi) possiamo sperare che la verità arrivi anche oltre confine. A chi ha orecchie per ascoltare.
di : Drusiana Vetrano
Per Napoli si profila un'altra emergenza rifiuti. L'ennesima in 20 anni. Con essa,arriveranno le polemiche,e gli immancabili insulti ai napoletani. "Napoli,rifiuto del mondo",tra i titoli meno offensivi degli ultimi tempi. Ma prima che si ripeta lo stesso copione,a nome di tutti i napoletani: PRETENDIAMO LE VOSTRE SCUSE E SOPRATTUTTO CHE SI DICA LA VERITA'. Perchè nessun giornale,Telegiornale o programma di approfondimento dice che l'emergenza rifiuti in Campania è stata creata a tavolino da chi aveva interessi economici in questo "business"? Perchè non ho mai letto nè sentito il nome di ROMITI,di IMPREGILO,dell'ABI,dei politici locali e nazionali,della Banca Sanpaolo IMI? Eppure,esistono inchieste giudiziarie e fascicoli aperti dalla Magistratura a riguardo. D'altro canto,perchè "infangare" il nome di chi vi paga lo stipendio o degli amici di,quando possiamo tirare in mezzo i "soliti napoletani"? Che sarà per loro,rifiuto del mondo,un insulto in più o uno in meno? D'altro canto,se anche non fosse vero che l'emergenza rifiuti è stata creata dalle loro pessime abitudini,chissenefrega? A noi mica interessa fare informazione. Ciò che ci interessa è salvaguardare il deretano di chi ci paga. Non è vero? La cosa veramente sconcertante è l'unità di intenti che arriva dagli organi di (dis)informazione di qualunque schieramento. Non importa che si sia di destra o di sinistra. L'importante è non far sapere la verità al mondo. E cioè,che i napoletani sono VITTIME del "sistema rifiuti",non certamente gli artefici. E che importa se,oltre alla Magistratura, esistono persone "indipendenti",professionisti come Travaglio,Santoro,Caporale,Gentilini,Saviano,Rabitti ed altri,che tentano disperatamente,in un magma di menzogne e giornalisti prezzolati,di far sapere la verità a tutti....tanto,ce l'abbiamo bella e pronta la scusa...e che importa se il WWF ha evidenziato che nei quartieri di Napoli in cui è stata avviata la raccolta differenziata,si raggiungono percentuali svizzere,fino oltre il 90%. E a chi importa se Portici,a 10km da Napoli,è una città esemplare in tal senso.E a cosa serve ricordare che l'Italiaunita S.P.A. si è beccata una bella multa per il modo VERGOGNOSO in cui è stata gestita la situazione e l'eurodeputata Merkies era letteralmente INORRIDITA per le discariche nel parco nazionale del Vesuvio. Ma adesso basta. Siamo stanchi delle vostre menzogne,pennivendoli senza scrupoli che infangate la nostra reputazione. Noi napoletani esasperati,ci attiveremo con tutti i nostri mezzi per far conoscere al mondo la verità. E grazie ad internet(e non certo a voi) possiamo sperare che la verità arrivi anche oltre confine. A chi ha orecchie per ascoltare.
di : Drusiana Vetrano
venerdì 25 marzo 2011
Lampedusa è la metafora della Sicilia.
Lampedusa è la metafora della Sicilia. Tutto ciò che succede a Lampedusa, accade anche in Sicilia, solo che in Sicilia cade una specie di nebbia che non ci fa vedere niente. Una nebbia fatta di parole, mezze parole, distinguo che non fanno capire niente a nessuno. Ogni evento viene rappresentato in un modo o nel suo opposto per spiegare comportamenti e decisioni del governo di Roma. Prevale l’appartenenza politica, non i bisogni dell’Isola.
E’ stato sempre così, continua a rimanere così. Solo che da una ventina di anni a questa parte, la soggiacenza della Sicilia è diventata più grave, intollerabile. La presenza della Lega Nord ha trasformato la tepidezza dei governi della Prima Repubblica e la loro gerarchia degli interventi (a sfavore del Mezzogiorno d’Italia), in una avvilente regola: non più e non solo due pesi e due misure ma anche la salvaguardia, sempre e comunque, degli interessi padani.
Lampedusa è stata lasciata “sola” con l’invasione degli immigrati. Hanno mandato poliziotti e null’altro. Nemmeno l’acqua. L’isola non ha acqua potabile, l’isola è invasa da derelitti, poveri disgraziati e qualche sciagurato: scappano dalla guerra, dalla fame, dalla tirannia.
Migliaia di uomini e donne affollano ogni angolo di Lampedusa. Non hanno un luogo in cui dormire, attendere alla loro igiene, consumare un pasto. La gente del posto non sa più a che santo votarsi. Un comportamento civile, responsabile, una lezione per tutti.
I ministri leghisti, che contano quanto e più del resto del governo, vogliono che l’Europa ci aiuti a smaltire la folla di clandestini; hanno un solo problema, che questi disgraziati non arrivino al Nord. Dopo avere lanciato allarmi apocalittici sul numero di immigrati, non sono riusciti a organizzare strutture di accoglienza, lo smistamento immediato dei profughi lasciandoli a Lampedusa. Per giorni non si è trovato il modo di portarli altrove. Dove? Naturalmente, in Sicilia, a Mineo, o un poco pià a nord, ma non troppo. In Puglia, per esempio.
I leghisti hanno messo le mani avanti, avrebbero accolto i profughi di guerra ma non i clandestini. Con una faccia tosta inaudita il governatore leghista veneto, Zaia, dopo avere dato la sua disponibilità ad accogliere la sua parte di profughi, ha precisato che, per quanto lo riguardava, a Lampedusa non erano sbarcati profughi. Non è furbizia, è qualcosa di più: un’offesa verso quel pezzo di Sicilia o Meridione che si tiene clandestini e profughi, ancora non separati, perché nessuno ha proceduto ad un esame individuale dei soggetti sbarcati.
I sindaci del Catanese sono arrabbiati, e ne hanno ben donde, il presidente della Regione vuole un Consiglio dei ministri dedicato agli immigrati. Difficilmente otterranno quello che chiedono, una parità di trattamento, un’accoglienza “allargata” con la distribuzione degli immigrati in tutte le regioni d’Italia. Lo scetticismo è dovuto al fatto che la Lega Nord “domina” le decisioni del governo e si mette di traverso ad ogni scelta che possa in qualche modo provocare problemi ai padani. I leghisti hanno avversato l’intervento umanitario in Libia e messo in discussione le buone ragioni della risoluzioni delle Nazioni Unite – quelle che mandano Gheddafi davanti alla Corte internazionale e l’altra, che prevede la no-fly zone – per evitare che fossero messi i barconi in mare.
Miopia pura. La guerra civile in Libia, chiunque fosse prevalso, avrebbe provocato la fuga di masse di diseredati.
fonte: SiciliaInformazioni.com
E’ stato sempre così, continua a rimanere così. Solo che da una ventina di anni a questa parte, la soggiacenza della Sicilia è diventata più grave, intollerabile. La presenza della Lega Nord ha trasformato la tepidezza dei governi della Prima Repubblica e la loro gerarchia degli interventi (a sfavore del Mezzogiorno d’Italia), in una avvilente regola: non più e non solo due pesi e due misure ma anche la salvaguardia, sempre e comunque, degli interessi padani.
Lampedusa è stata lasciata “sola” con l’invasione degli immigrati. Hanno mandato poliziotti e null’altro. Nemmeno l’acqua. L’isola non ha acqua potabile, l’isola è invasa da derelitti, poveri disgraziati e qualche sciagurato: scappano dalla guerra, dalla fame, dalla tirannia.
Migliaia di uomini e donne affollano ogni angolo di Lampedusa. Non hanno un luogo in cui dormire, attendere alla loro igiene, consumare un pasto. La gente del posto non sa più a che santo votarsi. Un comportamento civile, responsabile, una lezione per tutti.
I ministri leghisti, che contano quanto e più del resto del governo, vogliono che l’Europa ci aiuti a smaltire la folla di clandestini; hanno un solo problema, che questi disgraziati non arrivino al Nord. Dopo avere lanciato allarmi apocalittici sul numero di immigrati, non sono riusciti a organizzare strutture di accoglienza, lo smistamento immediato dei profughi lasciandoli a Lampedusa. Per giorni non si è trovato il modo di portarli altrove. Dove? Naturalmente, in Sicilia, a Mineo, o un poco pià a nord, ma non troppo. In Puglia, per esempio.
I leghisti hanno messo le mani avanti, avrebbero accolto i profughi di guerra ma non i clandestini. Con una faccia tosta inaudita il governatore leghista veneto, Zaia, dopo avere dato la sua disponibilità ad accogliere la sua parte di profughi, ha precisato che, per quanto lo riguardava, a Lampedusa non erano sbarcati profughi. Non è furbizia, è qualcosa di più: un’offesa verso quel pezzo di Sicilia o Meridione che si tiene clandestini e profughi, ancora non separati, perché nessuno ha proceduto ad un esame individuale dei soggetti sbarcati.
I sindaci del Catanese sono arrabbiati, e ne hanno ben donde, il presidente della Regione vuole un Consiglio dei ministri dedicato agli immigrati. Difficilmente otterranno quello che chiedono, una parità di trattamento, un’accoglienza “allargata” con la distribuzione degli immigrati in tutte le regioni d’Italia. Lo scetticismo è dovuto al fatto che la Lega Nord “domina” le decisioni del governo e si mette di traverso ad ogni scelta che possa in qualche modo provocare problemi ai padani. I leghisti hanno avversato l’intervento umanitario in Libia e messo in discussione le buone ragioni della risoluzioni delle Nazioni Unite – quelle che mandano Gheddafi davanti alla Corte internazionale e l’altra, che prevede la no-fly zone – per evitare che fossero messi i barconi in mare.
Miopia pura. La guerra civile in Libia, chiunque fosse prevalso, avrebbe provocato la fuga di masse di diseredati.
fonte: SiciliaInformazioni.com
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