giovedì 31 maggio 2012

" Trapani. Il sindaco: “Non bisogna parlare di mafia, il problema è l’alimentazione”

La riflessione choc di Vito Damiano, appena eletto per il Pdl, ripetuta due volte. Lo scorso 23 maggio in occasione di una manifestazione studentesca in memoria delle stragi del 1992 e ieri a un incontro con gli studenti, e le loro famiglie, di una scuola media: "Bisogna puntare sull'educazione alimentare e sull'integrazione tra gli alunni"
“Non bisogna parlare di mafia perché si rischia di darle soltanto troppa importanza, i progetti dove si parla sempre e solo male della mafia, in realtà danno importanza ai mafiosi”. E’ l’esordio nel neo sindaco di Trapani, Vito Damiano, Pdl, sull’argomento criminalità organizzata in una scuola. La riflessione del neo sindaco, generale in pensione dei carabinieri e per un periodo capo del controspionaggio italiano, fa scalpore. Soprattutto se si pensa che, a poche ore dalla sua elezione, aveva scelto come platea di esordio quella di Libera, l’associazione che lotta contro le mafie. Damiano era stato voluto dal senatore Antonio D’Alì, sotto processo concorso esterno, per mantenere la città delle saline nell’orbita del centrodestra e succedere a Girolamo Fazio.

Lo scorso 23 maggio, in occasione di una manifestazione studentesca a ricordo delle stragi del 1992 e ancora ieri incontrando gli studenti, e le loro famiglie, della scuola media “Catalano”, il primo cittadino si è presentato così. Come il sindaco “della continuità”. Dopo suoi predecessori che hanno negato l’esistenza della mafia, o sostenuto che la mafia esiste perché esiste l’antimafia, il sindaco Damiano ha invitato a non parlare tanto della mafia, e la lezione di Paolo Borsellino a proposito della necessità di “parlare di mafia e soprattutto a scuola” è finita miseramente calpestata.

Se non bisogna parlare di mafia per non dare importanza alla mafia cosa bisogna fare invece? Damiano ha le idee chiare, il problema vero della società è l’alimentazione e non solo: “Bisogna puntare su progetti improntati che riguardano lo sviluppo sociale” e ha detto di avere apprezzato due progetti della scuola visitata: “Uno sull’educazione alimentare e l’altro sull’integrazione tra gli alunni. Questi – ha detto – sono i tipi di progetti che io sosterrò in qualità di sindaco”.

La dichiarazione resa dal neo sindaco di Trapani si inserisce in un clima particolare se si pensa che appena ieri il sindaco di Valderice, Pdl, Camillo Iovino, è stato condannato a un anno per favoreggiamento a favore di un imprenditore condannato per mafia e che dal carcere gli mandava a chiedere una serie di favori, da girare al senatore Pdl Antonio D’Alì. Un altro sindaco, quello di Pantelleria, Alberto Di Marzo è stato arrestato per corruzione. Il sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, in carcere per mafia dal dicembre scorso, continua a non dimettersi; “recitava” l’antimafia mentre si scusava con i boss. A Salemi il Comune guidato da Vittorio Sgarbi è appena arrivato lo scioglimento per inquinamento mafioso.

“La mafia della quale il sindaco ci chiede di non parlare – ha detto Massimo Candela di Sel – è quella che ha sporcato di sangue le nostre strade. La mafia della quale si dice di non parlare è quella che controlla oggi imprese, società e banche che impoverisce la gente ed è la mafia che è nella mani del latitante Matteo Messina Denaro”. Due anni fa, quando nel novembre 2009, fu arrestato il presunto boss Domenico Raccuglia, nonostante questi primi cittadini moltissimi trapanesi scesero in piazza a festeggiare. A Trapani va anche il primato di un neoconsigliere eletto e subito rinviato a giudizio per corruzione
fonte: il Fatto Quotidiano

mercoledì 30 maggio 2012

E gli alluvionati di Messina?

Mario Monti, in arte Rigor Montis, in pratica il primo ministro della Repubblica Italiana, ha appena annunciato che sta pensando di sospendere il pagamento dell’Imu per quell’area dell’Emilia Romagna colpita dal sisma dei giorni scorsi. Bene, siamo contenti per loro.

Ma lo stesso bisognerebbe fare con la provincia di Messina, che ancora non si è ripresa dalla drammatica alluvione del 2011, che oltre ad avere provocato vittime (tra cui un bimbo di 10 anni) ha messo in ginocchio la già fragile economia della zona. E che ancora non ha visto una lira per la ricostruzione né tantomeno ha ricevuto alcuna sospensione fiscale.

Ci aspettiamo che i politici siciliani si intestino questa battaglia, almeno questa. Anche quelli che, per ragioni poco condivisibili, stanno appoggiando questo governo. A partire dal senatore, Gianpiero D’Alia, che è dell’Udc ma è anche messinese e da Angelino Alfano, leader del Pdl e agrigentino di nascita. Se non lo faranno, sarebbe più coerente che cambiassero residenza.
fonte:LINKsicilia

giovedì 24 maggio 2012

Lungo inseguimento in autostrada.Braccata l'auto del procuratore Viola

Lungo inseguimento in autostrada. Una macchina ha braccato l'auto del procuratore di Trapani, Marcello Viola. Quaranta minuti a 200 all'ora. Poi, gli inseguitori si sono dileguati. Sale il livello di allerta. Raddoppiata la scorta del magistrato.
Hanno alzato tiro. Non si sono limitati alle lettere di minacce. Hanno scelto un gesto plateale lungo quaranta chilometri. La macchina del procuratore capo di Trapani, Marcello Viola, è stata inseguita in autostrada. Braccata, è più corretto dire. Il livello di allerta è salito. Raddoppiata la scorta del magistrato. Una seconda macchina blindata segue gli spostamenti di quella a bordo della quale viaggia abitualmente il procuratore. E raddoppiata è anche la vigilanza fissa. Dal 19 aprile scorso la vita di Viola è ancora più blindata al termine di un'escalation di intimidazioni.
Marcello Viola si è insediato a Trapani nel dicembre scorso, dopo una lunga permanenza a Palermo, dove da sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia ha mandato in galera decine e decine di mafiosi e trafficanti di droga. Faceva parte del gruppo di lavoro che ha azzerato il clan di San Lorenzo, uno dei più potenti di Palermo. Se i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono finiti in galera, è anche merito suo. E anche nel capoluogo siciliano è rimasto vittima di intimidazioni. Di notte, qualche tempo fa, è comparsa la scritta Viola morirai sui muri di casa e in ascensore.
Alla fine del 2011 il trasferimento in terra trapanese. Viola ha preso in mano le redini dell'ufficio. E anche qui non sono mancate le lettere minatorie con messaggi via via sempre piu' espliciti. Un clima da subito pesante. Dalla richiesta di misura di prevenzione per il patron della Valtur, Carmelo Patti, all'intrigo della chiesa trapanese che ha portato alla rimozione del vescovo monsignor Francesco Miccichè. Queste sono le indagini salite agli onori della cronaca. Sotto traccia si lavora per colpire al cuore la mafia imprenditrice che nel Trapanese ha fatto soldi a palate sotto l'egida dell'ultimo dei grandi latitanti, Matteo Messina Denaro.

Torniamo al 19 aprile. Viola è in macchina. Seduto dietro. Laddove la A29 lascia la provincia palermitana per entrare in terra trapanese, gli uomini della scorta notano dagli specchietti retrovisori la presenza di una Audi. Si avvicina. Pure troppo, e poi rallenta. Sta incollato alla macchina del magistrato che decelera. Vogliono la certezza di essere inseguiti. Certezza che arriva poco dopo. Anche l'uomo alla guida della Audi mette il piede sul freno. E fa la stessa cosa quando la scorta del magistrato finge di fermarsi. A bordo della Audi ci sono due, forse tre persone. Il contachilometri della macchina del procuratore ad un certo punto segna i 200. E la tensione sale. La scorta tenta, invano, di seminare gli inseguitori che si dileguano, per scelta loro, quando la macchina di Viola ha ormai superato lo svincolo di Trapani, lasciandosi alle spalle l'autostrada.
Una sfida in piena regola, una dimostrazione di forza. Gli inseguitori non hanno avuto neppure il timore che venisse preso il numero di targa. Targa che dai primi rilievi desta più di un sospetto. Gli accertamenti sono ancora in corso. Chi c'era in quella macchina? Chi ha voluto far capire di essere pronto a tutto? Sono uomini di Trapani o di Palermo? Un investigatore azzarda un'ipotesi inquietante. I clan delle due città potrebbero avere agito di comune accordo per firmare uno degli episodi più inquietanti degli ultimi tempi.
fonte : LIVESICILIA

sabato 19 maggio 2012

Palermo per Brindisi

...E PUNTUALI ARRIVANO LE BOMBE !

Ogni volta che si profila un cambio di sistema, affiorano le bombe. Come se fosse un micidiale, macabro e vile ingrediente necessario a preparare l’avvento di un ricambio nella gestione dello Stato. Il biennio di sangue 92-93 iniziò con clamore: prima le stragi di Capaci e di via D’Amelio, poi le bombe a Milano, Roma e Firenze. Le differenze, dopo vent’anni, impongono una nuova filosofia: il massimo effetto con danni circoscritti. Le avvisaglie sono nell’aria. E’ iniziata la stagione degli scandali. Venti anni fa il presidente del pio Albergo Trivulzio, oggi l’on. Lusi. E anche chi, oggi, pensa di essere immune, sarà coinvolto. D’altra parte, le forze politiche hanno steso da sole la corda che li strozzerà. La legge sui rimborsi elettorali i cui rendiconti nessuno ha mai guardato, sarà il grimaldello che scardinerà il sistema dei partiti che conosciamo. L’avvento della Terza Repubblica è nell’aria. E, come pedine, dopo la Lega, si preparano a cadere forze antiche e nuove. Nelle menti scellerate degli uomini-bomba, nel pieno di questo mix di scandali politici e di paura del crac finanziario, non potevano mancare le terribili deflagrazioni che recidono vite e creano il clima psicologico per una nuova venuta. Ma c’è una differenza che forse sfugge a chi pensa di miscelare con maestria risentimenti, odi e richieste d’ordine: la gente è meno credulona. Le persone non dipendono più soltanto da media suggestionabili e orientabili. L’informazione, oltre a essere dispensata, come sempre dall’alto, è creata anche dal basso. Certo, la bomba nella scuola di Brindisi – con la morte di una ragazza (un’altra è gravissima) e di altri studenti feriti, atti che gettano il nostro Paese nel dolore e nello sconforto – potrebbe essere stata collocata da chi ha esaurito ogni mezzo di intimidazione e vuole passare al terrore. Ma è proprio così? Forse l’unica difesa possibile contro queste tragiche rappresentazioni che cercano di schiacciare e impaurire milioni di cittadini nelle loro case è una nuova consapevolezza. Il fare rete, il grido che si somma e diventa urlo. L’urlo che dovrà spaventare i nuovi apprendisti stregoni che, puntuali, trovano nelle crisi che attraversano il Paese il clima per le loro orrendi sabba. fonte : LinkSicilia

venerdì 18 maggio 2012

Lombardo : Lascio il 28 luglio, si voterà il 28 e 29 ottobre”

Grande attesa a Palazzo D’Orleans dove il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, ha convocato una conferenza stampa. Riserbo sul contenuto delle comunicazioni del governatore, che oggi è stato nuovamente sollecitato da Beppe Lumia e Antonello Cracolici del Pd a passare la mano. La diretta 17.20 Il governatore Raffaele Lombardo annuncia le sue dimissioni per il prossimo 28 luglio. ”Si voterà il 28 e 29 ottobre” ha detto. “Annuncio le mie dimissioni per fare chiarezza – ha aggiunto Lombardo – Ho concordato le date con gli alleati, per la verità già da un mese e mezzo”. 17.50 Rimpasto? “Sicuramente coprirò le due caselle scoperte (Famiglia e Territorio, ndr) se andranno via altri assessori li sostituiremo”. Chiaro il riferimento ai possibili addii di Marco Venturi e Giosué Marino. 17.58 Se il Pd lascia l’alleanza, possibile un dialogo col Pdl? “Lo decideranno i dirigenti del Nuovo polo per la Sicilia. Ma auspico che il Pd vada avanti con noi”. Così Lombardo risponde alle domande dei cronisti sui futuri assetti politici. 18.15 “Confermo, sottolineo e sottoscrivo tre volte con firma autenticata che non mi ricandiderò” sostiene Raffaele Lombardo di fronte ai giornalisti a Palazzo d’Orleans. 18.20 “Ieri ho ricevuto l’invito della Prefettura a partecipare alle iniziative per la strage di Capaci. Ma non andrò da nessuna parte, l’ho scritto anche al Capo dello Stato spiegandone le ragioni”. Così Raffaele Lombardo, conversando con i cronisti, risponde alle polemiche innestate da Maria Falcone che lo ha escluso dalle commemorazioni della strage di Capaci. 18.35 “Il termine giusto per spiegare la mia vicenda giudiziaria è travisamento. Se Dio vuole non mancherò a nessuna udienza – ha detto Lombardo – questa vicenda mi coinvolge e mi interessa seguirla da vicino”. 18.38 “Ho deciso di non partecipare per evitare imbarazzi soprattutto a me stesso e per rispetto delle figure che vengono commemorate – dice Lombardo tornando sulla questione delle commemorazioni della strage di Capaci – Non è opportuno che una persona con una imputazione coatta partecipi a manifestazioni di questo tipo. Io la penso così”. 18.42 “Il mio successore alla Presidenza della Regione? Mi auguro che sia competente, trasparente e appassionato, che ricopra questo impegno come il più importante della sua vita” ha detto Lombardo. Un nome? “Ho qualche idea”. fonte : LIVEsicilia

lunedì 14 maggio 2012

OPERAI FIAT DI TERMINI IMERESE OCCUPANO BANCHE

Termini, gli ex operai Fiat in corteo occupata le sedi di Unicredit e Intesa Protesta contro la banca per la chiusura delle linee di credito nei confronti dell'imprenditore molisano Massimo Di Risio, che dovrebbe rilevare il polo di Termini con la sua casa automobilistica Dr Motor. Una lettera delle mogli degli operai al Papa, al presidente del Senato e al goveranatore Lombardo Le tute blu di Termini Imerese danno l'assalto alle banche. Stamattina, dopo l'assemblea dei lavoratori in piazza Duomo un centinaio di operai ex Fiat ha occupato pacificamente una filiale di Unicredit di Termini. L'istituto di piazza Cordusio sarebbe, secondo fonti istituzionali, quello più restio a concedere il finanziamento a Massimo Di Risio, l'imprenditore molisano che con la sua Dr Motor dovrebbe prendere il posto del Lingotto. Mentre le tute blu assaltavano Unicredit, un altro gruppo di lavoratori di Fiat e indotto hanno occupato gli uffici di Intesa Sanpaolo, l'altra banca che insieme a Unicredit e Monte dei Paschi di Siena non concede il prestito a Dr Motor. "Il prossimo obiettivo - rivela Vincenzo Comella della Uilm Palermo - è la banca senese, tra poco occuperemo anche la sua sede di Termini". "Si tratta - dice Roberto Mastrosimone della Fiom Palermo - di un'iniziativa simbolica per sensibilizzare le istituzioni a trovare una soluzione immediata per 2.200 operai e il sistema bancario a non irrigidirsi". Il programma per la giornata è di presidiare le tre banche fino all'orario di chiusura, poi un'assemblea dei lavoratori deciderà le iniziative per domani. Intanto, dopo l'appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, le mogli dei dipendenti di Fiat e indotto scrivono a Papa Benedetto XVI, al presidente del Senato Renato Schifani e al governatore siciliano Raffaele Lombardo. Chiedono una soluzione alla vertenza, bloccata da cinque mesi. "Vogliamo la dignità attraverso il lavoro - si sfoga Franca Giubilaro, moglie di uno degli operai che alla Fiat lavora da 35 anni - vogliamo pagare le tasse, ma senza lavoro è impossibile". fonte : la Repubblica

mercoledì 9 maggio 2012

Ferrandelli, non prendertela con Orlando

Quando si candidò a sindaco, la prima volta, il tema centrale del suo progetto politico fu l’ordinaria amministrazione di un buon democristiano. Quando la seconda volta fu eletto sindaco, dopo le stragi che avevano ridotto in macerie la Sicilia e l’Italia, disse che aveva un sogno. E questo sogno continuò a realizzare quando per la terza volta i palermitani lo confermarono nella carica di primo cittadino, nel 1997. Il sogno forse aveva cominciato a produrre i suoi risultati perché non basta sognare, quando si ricopre una carica amministrativa, specie di importanza primaria. Occorre anche saper far sognare e ridestare il sogno nei cittadini che ti hanno scelto, per condividere con te gioie e speranze, uno stesso progetto. Sia pure quello modesto, ma già ambizioso, di rendere vivibile la tua città. Orlando voleva sognare la sua città e far sentire ai palermitani come fosse possibile trasformare la palude in volo, il grigiore e la sedentarietà in cielo e nuvole, in nuovi orizzonti. E con questo spirito, nel 2001, si dimise dalla carica di primo cittadino per abbattere le incrostazioni più dure e diffuse della Sicilia da scartare. Quella che si fondava sulla mafiosità, sulla cultura degli “amici degli amici”. Perciò trovò osso duro con Totò Cuffaro che nelle consultazioni a governatore dell’isola lo batté con uno scarto di ben venti punti percentuale. Sembrava che il legame che aveva unito molto a lungo Orlando alla sua città, ai palermitani e alla Sicilia si fosse rotto in qualche punto non meglio definito. Anche se con il senno del poi e con la pratica dell’esperienza di ciò che ci accade giorno dopo giorno, possiamo ora dire che era l’imperante berlusconismo. Nel 2007, in corsa a sindaco di Palermo è, infatti, battuto da Diego Cammarata. Ma i tempi sono cambiati. Il berlusconismo è politicamente fuori gioco e le sconnesse pattuglie del Pdl sono rimaste come soldati senza equipaggiamento nell’inverno della Russia sovietica, al tempo della disfatta del nazifascismo. A Palermo fanno la loro comparsa i grillini, che trionfano dovunque tranne che nella capitale di quest’isola profonda e silenziosa. Mai urlata. E subiscono una bella botta il Pd di Cracolici e l’Mpa di Lombardo, l’erede di Cuffaro. La botta per tutti è stata talmente forte che adesso si tenta di ricorrere ai ripari. Ma i capi del Pd rischiano di fare un brutto rattoppo in un altrettanto indecoroso buco. Investiti da tempo da vocazioni autodistruttive, si sono dati la zappa ai piedi, candidando un figlio di papà che poteva andar bene, forse, per qualche festicciola di quartiere. Qualcuno, come la Finocchiaro, presidente dei senatori democratici, aggrava il quadro clinico proponendo addirittura un sostegno a Orlando, nel secondo turno. A suo modo di vedere per strappare Palermo al centro-destra. E lo dice in modo consapevole, come se Orlando avesse bisogno dei voti di Ferrandelli per vincere una battaglia che ha già vinto prima ancora di scendere in lizza. L’ha vinta da quando si è messo in atto il teatrino della guerra intestina al Pd e dell’appoggio dato da Cracolici a Lombardo. Una guerra “fratricida” tutta interna al centro-sinistra con il ballo in maschera delle comparse del cosiddetto partito democratico, attorno a uno che era già in odore di santità. Ora il Pd tutto è tranne che democratico, visto e considerato che il parere dei suoi stessi iscritti è stato tenuto in poco conto dalla tronfietà della congregazione del presidente del gruppo Pd all’Ars. Il noto personaggio imputa a Orlando la colpa di avere ereditato i voti di Cammarata, come se questo fosse un male e non il frutto di un bisogno che ha la gente di trovare, finalmente, qualcuno che amministri bene Palermo. Cosa che non era riuscita con il decaduto sindaco. Personalmente penso che Ferrandelli abbia il dovere etico-politico di fare fino in fondo la sua campagna elettorale, perché solo così i palermitani potranno dimostrare l’inconsistenza del programma politico del Pd siciliano, e scegliere, con consapevolezza, il sindaco che va bene a una città, capitale della Sicilia, tanto martoriata dai personalismi, dalla lontananza dall’Italia e – figuriamoci – dall’Europa. Sarebbe equivoco e troppo comodo, ritirarsi nel pieno di una campagna elettorale – come suggerisce il democratico Enzo Bianco. Si vede che il Pd non ha ancora imparato a perdere fino in fondo, e a portare avanti, con coerenza, e anche questa volta fino in fondo, le sue scelte. A fronte di un candidato come Orlando che ha quasi toccato il successo finale in una tornata elettorale con ben undici candidati sindaci. Adesso il gioco è finito ma ne comincia subito un altro. Senza l’equivoco di fondo sulla politica regionale. E purtroppo con l’altro equivoco di un candidato sindaco del Pd che è stato irresponsabilmente buttato nella mischia da chi, forse, è abituato da troppo tempo, a trattare il prossimo con cinismo e freddezza. Un solo consiglio voglio dare a Ferrandelli: non se la prenda con Orlando, non tiri in ballo cose che non c’entrano con l’amministrazione di Palermo, non lo definisca un “cialtrone”, come ha già fatto. Se la prenda con chi non ha capito niente né di Palermo né della Sicilia che vogliamo cambiare. fonte : Blog di Giuseppe Casarrubea

Termini operai Fiat occupano l'Agenzia delle entrate

PALERMO - "Lo Stato pretende da noi il rispetto delle regole, con il pagamento delle tasse, ma non mantiene gli impegni presi a dicembre con i 2.200 operai di Termini Imerese. Per questo stamattina abbiamo deciso di occupare la sede dell'Agenzia delle entrate del paese". A dirlo è il leader della Fiom Palermo Roberto Mastrosimone, che dalle 10,30 di questa mattina sta presidiando gli uffici dell'ente pubblico, insieme a 400 tute blu ex Fiat e ai sindacalisti di Fim Cisl e Uilm Giovanni Scavuzzo e Vincenzo Comella. La decisione di occupare è stata presa al termine di una riunione infuocata di fronte ai cancelli dello stabilimento che il Lingotto ha abbandonato il 31 dicembre. E i sindacati fanno sapere che continueranno il presidio a oltranza. "Il governo - continua Mastrosimone - non sta rispettando niente di quello che era stato stabilito dall'accordo dell'1 dicembre: ha stralciato le tutele promesse per i 640 esodati, che adesso rischiano di rimanere cinque anni senza un lavoro e senza pensione, e sta fallendo come garante del piano di riconversione del sito. E dobbiamo ricordarci che ci sono 100 lavoratori dei servizi di pulizia e mensa che da dicembre non hanno uno stipendio, perché per loro non è stata ancora autorizzata la cassa integrazione". Dr Motor, la società che si è aggiudicata l'ex SicilFiat, è in ritardo di 5 mesi sull'avvio della produzione e adesso il rischio che il piano fallisca è reale. Intesa Sanpaolo, Unicredit e Monte dei paschi di Siena non vogliono concederle il prestito da 95 milioni di euro a causa della situazione finanziaria della fabbrica di Macchia d'Isernia: 30 milioni di debiti e un arretrato di quattro mesi sull'erogazione degli stipendi dei 180 operai molisani. "Invitalia - commenta Vincenzo Comella della Uilm Palermo - latita da due mesi. Avremmo dovuto riunirci il 3 maggio a Roma per avere risposte dall'advisor del governo e dal ministero dello Sviluppo, ma il tavolo non è stato mai fissato. Evidentemente la situazione è peggiore del previsto e non possono darci rassicurazioni. Il rischio è che salti tutto, non solo il diritto al secondo anno di cassa integrazione per il 2013 (vincolato all'assunzione del 30 per cento del personale da parte di Dr Motor entro quest'anno, ndr), ma l'intero piano di riconversione". Nel frattempo i sindacati fanno sapere che la protesta di oggi è solo l'inizio delle occupazioni: la settimana prossima andranno a Palermo, a Palazzo d'Orleans e in Prefettura. "E' necessario - conclude Comella - che si riaccendano i riflettori su questa vicenda per evitare un nuovo dramma sociale". fonte : la Repubblica

PEPPINO IMPASTATO

martedì 8 maggio 2012

LA CADUTA DEGLI DEI

L’ira funesta degli dei caduti frigge nelle parole e nei lineamenti alterati che commentano l’exploit di Leoluca Orlando. “La smetta di fare il gradasso”, schiuma Angelino Alfano. Raffaele Lombardo non le manda a dire: “Io l’ho giudicato, per le sue affermazioni, uno sciacallo, e quello che dice è vomitevole”. Indovinello: a chi si riferisce? Ferrandelli copia il rivale col ciuffo trionfante, tacciandolo di broglio etico. L’argomentazione: “Orlando ha preso i voti dagli uomini dell’ex sindaco Diego Cammarata. E’ evidente guardando la somma dei voti per lui e quelli del suo schieramento”. Ora, prima che nozione politica, la faccenda è squisitamente aritmetica. Per battere la coalizione avversaria è necessario convincere alcune migliaia di elettori, affinché si spostino da lì e vengano qui. L’offerta in chiave elettorale viene calibrata per avere ragione nei contenuti e nei risultati. Dov’è lo scandalo? Il nervosismo diffuso, al cospetto di un evento straordinario, è il presagio di uno scricchiolio, di un tonfo, di una catastrofe. Troppe certezze sono state dissipate dall’Orlando gioioso che, con un’operazione strategicamente impeccabile, ha sminuzzato gli ostacoli sul suo cammino. Si è sgretolata la speranza di una destra che riteneva di avere trovato la faccia pulita e vittoriosa, l’effigie del condottiero capace di cancellare gli orrori di Diego Cammarata. E dispiace che su Massimo Costa, acclamato come il salvatore della patria, si abbattano frizzi e lazzi, nel minuto dello sciacallo. Il candidato di Pdl, Udc e Grande Sud ha commesso sbagli gravi, soprattutto nella comunicazione e nella gestione del suo passaggio da una sponda all’altra. Ma a perdere è soprattutto un’idea di città di centrodestra, a prescindere dalla distanza, pur significativa, tra il consenso delle liste e l’appeal dell’ex presidente del Coni. La disfatta nasce dai riti al tramonto, dalle celebrazioni di un linguaggio berlusconiano che Palermo ha rifiutato in blocco perché ci ha visto il maquillage di una nuova impostura. Se Massimo Costa si fosse limitato a essere quello che in fondo è, un ragazzo semplice, oggi il succo dell’amarezza sarebbe meno aspro. C’è poi da raccontare l’ennesimo scivolone di Raffaele Lombardo che puntava su due cavalli, da cavaliere provetto. Il destriero di facciata, Alessandro Aricò, e il purosangue nell’ombra, Fabrizio Ferrandelli. Crediamo senz’altro alla buonafede del candidato del Pd, vincitore delle primarie, che ha più volte ricordato di non essere assimilabile al governatore. Eppure un’affermazione numericamente significativa di Ferrandelli sarebbe stata sottilmente spacciata da Antonello Cracolici e Giuseppe Lumia – dioscuri dell’ala filogovernativa del Pd – come la conferma della saldezza del potere ormai agonizzante che regge i destini di Palazzo d’Orleans, specialmente in chiave futuribile, con le votazioni alle porte. A proposito, le prossime consultazioni per lo scettro regionale appaiono già un rebus inestricabile alla luce del responso delle urne. Cosa resta dei partiti, antichi padroni? Altre due illusioni sono state bruciate nel calderone dello sprint dell’ex sindaco della Primavera. Si è sfilacciata in fumo la candidatura di genere, basata sulla contrapposizione tra giovani e vecchi. Palermo ha preferito premiare al primo turno la figura di un uomo noto, perfino nei suoi difetti, scelto per una virtù vera o presunta che lo ha premiato: l’affidabilità. L’esperienza volpona di Leoluca ha sopraffatto l’ardore di Fabrizio e Massimo. Il linguaggio del rinnovamento reclamizzato è stato ritenuto addirittura più vecchio del fascino dell’esperto nocchiero. Si è infine incenerito il demone della protesta senza raziocinio. Leoluca Orlando sarà buono o cattivo – dipende dallo sguardo – ma è indiscutibilmente un politico di razza. E ha disintegrato l’antipolitica, l’ultimo mito a sfarinarsi, nell’indimenticabile caduta degli dei della notte di Palermo. fonte : LIVEsicilia

martedì 1 maggio 2012

Fiat Termini, cancellata la targa ad Agnelli

A Termini Imerese, oggi, durante il corteo degli ex operai dello stabilimento Fiat, e’ stata rimossa la targa che intitolava a Gianni Agnelli, il viale che porta alla fabbrica chiusa a fine dicembre 2011, per sostituirla con ‘Viale Primo Maggio Festa dei Lavoratori’. Alla manifestazione ha aderito il leader della Fiom, Maurizio Landini. Gli eredi di Agnelli, in effetti non meritano che il loro cognome resti a sventolare in un viale che hanno abbandonato. Hanno preferito l’America. Benissimo. Si facciano intitolare una strada in quei luoghi. Qui resta l’amarezza. E le ansie del domani. Gli operai, hanno, infatti capito, che il loro futuro è avvolto in una nebulosa. E che i progetti annunciati dai governi, nazionale e regionale, erano senza sostanza. fonte: Linksicilia

Portella della Ginestra: strage politica

“Più studio la strage di Portella della Ginestra, più ne ravviso i caratteri comuni con tutte le altre stragi politiche che si sono avute nella storia d’Italia durante la guerra fredda. E a buona ragione questa strage è stata definita madre di tutte le stragi. Perchè ha un archetipo interno, un timbro, una sua diabolica struttura che si riscontra poi in tante altre stragi analoghe. Quando si spara sul mucchio e su un simbolo, si solleva il terrore, si spinge la gente o a ribellarsi in modo inconsulto, o a starsene rintanata in casa, in attesa di tempi migliori. Purtroppo, però, occorre dire, non sempre quanto accadde quel giorno è assunto come l’inizio della nostra storia repubblicana, abituati come siamo stati a vivere di miti e di pagine gloriose. Nel caso di Portella non è così. Fu quello l’inizio della sconfitta e della complicità dello Stato che continua a durare con il suo costante e tetro ignoramento dei morti, dei feriti di allora e dei familiari delle vittime. Ancora a oggi senza giustizia e senza riconoscimento alcuno. Come disse Girolamo Li Causi nella seduta della Costituente del 2 maggio 1947 l’idea di prendere d’assalto una folla inerme di donne, bambini e lavoratori in festa, è parte di un preciso piano strategico: provocare le masse dei lavoratori, aizzare alla guerra civile, instaurare un regime dittatoriale per bloccare la democrazia. Quella allora nascente, con i padri costituenti ancora intenti a darci quella Carta costituzionale che oggi alcuni vorrebbero stravolgere, in nome di una falsa modernità politica, di un malinteso adeguamento alla realtà di oggi. I criminali avevano previsto giusto perché furono soprattutto i lavoratori inermi, le donne, i bambini e i ragazzi a pagarne il conto. Il numero più alto di vittime si ebbe tra coloro che si erano collocati più vicini al podio, verso il quale vi era stata una vera e propria convergenza di tiro. Lo si desumeva dall’altissimo numero di morti e feriti che caddero attorno a quel punto. Lo stesso Giuliano, che molti documenti ci dànno a contatto con l’eversione nera monarchico-fascista di Roma, pochi minuti prima dell’attacco, era stato visto guardare ripetutamente, col binocolo, in quella direzione. Voleva rendersi conto dell’arrivo degli oratori ufficiali. Qualcuno aveva messo nella sua testa che quella mattina si sarebbe messa in atto l’esecuzione capitale dei dirigenti comunisti e socialisti. Era con lui Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, della squadra dei Vendicatori di Tommaso David, capo dei servizi segreti della Rsi." Dal blog del professore Giuseppe Casarrubea