domenica 31 ottobre 2010

Crisi, a Gela chiuse 364 aziende

In ginocchio il settore dell'edilizia, riduzione del personale del 40%. La denuncia della Cgil: "Aumenta il lavoro nero, in mano alla mafia". Solo nel 2009 l'ispettorato ha accertato la presenza nei cantieri di duemila lavoratori irregolari

GELA (CALTANISSETTA) - La crisi economica, in provincia di Caltanissetta, ha messo in ginocchio il settore dell'edilizia e alimentato l'economia sommersa e il lavoro nero.

La denuncia giunge dal segretario provinciale dei lavoratori edili aderenti alla Fillea-Cgil, Ignazio Giudice, il quale, in una nota spiega che negli ultimi due anni il numero delle imprese è sceso da 970 a 606, con una contrazione del 38% che ha corrisposto a una riduzione di personale del 40%.

Leggermente più contenuto il calo delle ore lavorative e delle retribuzioni, che si ferma al 30%. Ma il sindacato non crede che tante aziende possano essere scomparse in così poco tempo.

"Sicuramente non hanno chiuso 364 imprese e sicuramente non hanno perso occupazione 2015 lavoratori - dice Giudice - siamo convinti, invece, che è aumentato il lavoro irregolare, quello nero, in mano alla mafia, in mano a imprenditori che abbassando i costi e creando concorrenza sleale sfruttano i dipendenti e inginocchiano tante aziende che vogliono attenersi alle regole, alla sicurezza, ai diritti contrattuali".

E a riprova di quanto detto fornisce altri dati: nel 2009 l'ispettorato del lavoro ha accertato la presenza nei cantieri di 539 lavoratori in nero e 1379 irregolari a vario titolo, su un totale di 2175 persone controllate. Dunque, l'88% del personale edile non è stato trovato in regola con le leggi sul lavoro.

Il segretario della Fillea-Cgil nissena suggerisce al governo regionale di incrementare i fondi (ridotti del 30% negli ultimi due anni) per le missioni di controllo degli ispettorati, la cui attività in Sicilia sta facendo incassare sanzioni per 4,6 milioni di euro. Giudice chiede infine l'avvio di "una politica keynesiana di sostegno all'economia attraverso opere pubbliche e non di tagli indiscriminati".

fonte : lasiciliaweb

sabato 30 ottobre 2010

Regione Sicilia, la segretaria d'oro. Busta paga da 200.000 euro l'anno

Può un dipendente di un gruppo parlamentare guadagnare più del deputato che assiste? All'Assemblea regionale sì. La mega busta paga da 190.306,60 euro lordi all'anno di una segretaria presto sarà sul tavolo del presidente Francesco Cascio che, dopo il buco da oltre 500 mila euro che si è registrato all'Udc per gli stipendi dei dipendenti e la richiesta da parte di quasi tutti gruppi di ripianare perdite per oltre un milione di euro, ha avviato un monitoraggio per conoscere nel dettaglio la spesa per i collaboratori.

E le sorprese non mancheranno perché tra i 78 assunti a tempo determinato (ai quali occorre aggiungere una quarantina di altri contratti a tempo) ci sono almeno sei buste paga che superano i 100 mila euro lordi all'anno. "Si tratta di privilegi che riguardano situazioni passate, vecchi contratti di persone vicine alla pensione, posso assicurare che queste cifre nei gruppi all'Ars non ci saranno più", dice il presidente dell'Ars che, dopo l'assunzione dei 78 avvenuta nel 2006 (e tra questi ci sono deputati stessi, figli di ex deputati, ex sindaci o assistenti attuali di ministri), esclude nuove assunzioni.

Di certo c'è che tra i dipendenti dei gruppi, personale che lavora al seguito di questo o quel deputato, c'è chi guadagna più di un onorevole. È il caso di una dipendente del Pdl, che costa al gruppo 190.306 euro all'anno. Ma come si arriva a questa cifra così elevata, visto che il contratto collettivo dei lavoratori dei gruppi prevede sì 15 mensilità, l'incremento del 10 per cento della busta paga ogni due anni e diverse indennità, ma non prevede certo queste cifre, dal momento che la paga media non supera i 50 mila euro lordi? Semplice: il rapporto tra dipendenti e gruppo è di natura privata e il capogruppo può, anche con elevata discrezionalità, riconoscere scatti, incrementi e premi. E il capogruppo che gli succede, per prassi, riconferma lo status quo. Così la dipendente in questione arriva a questa cifra grazie a una retribuzione ordinaria di 103 mila euro, alla quale occorre aggiungere tredicesima, quattordicesima e quindicesima (che sommate fanno 25.845 euro), 5 mila euro per festività, un altro scatto da 10 mila euro e poi contributi Inps, Inail e Tfr. Risultato? 190 mila euro, appunto.

E nell'area ex An ed ex Forza Italia questo non è l'unico caso: il gruppo Pdl si è trovato a pagare altri tre dipendenti con uno stipendio che varia da 103 mila euro a 142 mila euro lordi all'anno. Un caso analogo, di stipendio che tocca quota 100 mila c'è poi nel gruppo ex Udc e un secondo caso nel Pdl Sicilia. Se questi mega stipendi vengono sommati a quelli ordinari dei 78 stabilizzati e poi ai contratti fatti negli ultimi quattro anni dai vari gruppi, una cifra che oscilla dai 20 ai 40 stipendi, è chiaro che il sistema diventa economicamente insostenibile e tutti adesso bussano alla porta della presidenza dell'Ars per chiedere di avere ripianati i debiti: "Cercheremo di risolvere eventuali debiti per i lavoratori stabilizzati, ma non ci potranno essere più queste mega buste paga, anche se su contratti vigenti sarà difficile intervenire", dice Cascio che stoppa nuove assunzioni: "Ci sono una ventina di contratti a tempo storici, questo personale sarà assunto, ma non appena gli stabilizzati andranno in pensione". Nel 2006, infatti, la Presidenza ha dato via libera all'assunzione a tempo determinato tutti i lavoratori dei gruppi, 78 appunto: tra questi c'è il deputato nazionale Pippo Fallica, che risulta in aspettativa dal gruppo Pdl.

C'è poi il figlio dell'ex deputato Bartolo Pellegrino, Giuseppe o, ancora, l'ex sindaco di Terrasini, Antonio Randazzo e il capo della segreteria tecnica del ministro della Giustizia Angelino Alfano, Baldo Di Giovanni adesso in aspettativa. Tra i dipendenti dei gruppi, molti seguono infatti il deputato di riferimento, a volte anche senza mettersi in aspettativa. Comunque anche tra gli stessi dipendenti dei gruppi, c'è chi chiede maggiori regole: "Occorrerebbe rispettare quanto già accade al Senato, istituendo un ruolo unico a esaurimento per evitare che a ogni elezione, il nuovo capogruppo faccia contratti a piacere", dice Pietro Galluccio dipendente del gruppo Mpa.


fonte: la Repubblica

venerdì 29 ottobre 2010

Operazioni USA ad alto rischio per i lavoratori di Sigonella

Lavori altamente pericolosi e scarsamente retribuiti in un ambiente dove imperano comportamenti repressivi ed antisindacali. È il pane quotidiano degli operai italiani della grande militare base USA di Sigonella. Un mondo a parte fatto di precarietà e sfruttamento intensivo del tutto ignorato dai politici e dai media perlomeno sino a quando non sopraggiunge la tragedia. La notte di domenica 24 ottobre un grosso pallet contenente un carico di zinco da 1.600 kg è caduto da un aereo schiacciando un lavoratore di 47 anni, Salvatore Maita, che si trovava sulla rampa sottostante. Trasportato d’urgenza in ospedale, l’operaio è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la riduzione di un esteso trauma cranico, ma le sue condizioni restano disperate. La vittima era impegnata nelle operazioni di carico di un Md11, aereo cargo trimotore prodotto dalla McDonnell Douglas, di proprietà di una compagnia privata operante per conto del Fleet and Industrial Supply Center (FISC), il centro logistico delle forze navali degli Stati Uniti d’America istituito a Sigonella il 3 marzo 2005. Il FISC dirige e coordina la movimentazione e l’invio di merci, attrezzature, viveri, armi, munizioni e materiali pericolosi alle truppe schierate negli scacchieri di guerra in Africa, Caucaso, Golfo Persico, Iraq ed Afghanistan.
Sul gravissimo incidente che ha coinvolto Maita è stata avviata un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Catania. “Quello di Sigonella è l’ennesimo di una lunghissima serie che si sta verificando negli aeroporti italiani”, denuncia in un comunicato la Cub Trasporti. “L’aumento indiscriminato dei carichi di lavoro, il sott’organico, la precarietà, l’assenza di adeguati investimenti, la privatizzazione e la diminuzione dei livelli di sicurezza sul lavoro sono le cause di uno stillicidio di incidenti che non possono e non debbono continuare. Auspichiamo che siano individuate le responsabilità del grave incidente di Sigonrella e che la Procura predisponga l’obbligo dei dovuti risarcimenti all’operaio che ne è rimasto vittima”.
I rappresentanti locali della Cub Trasporti puntano il dito sui pesantissimi tagli agli organici operati negli ultimi anni. “Nel 1997 noi lavoratori eravamo 274”, denuncia uno dei colleghi di Salvatore Maita. “Ora siamo sotto organico, in 162. Gli altri sono in mobilità e cassa integrazione. Il consorzio di aziende con cui lavoriamo, dopo aver ottenuto l’appalto, ha dichiarato lo stato di crisi. Hanno fatto fuori tutele, diritti e sindacati. Il risultato finale è che c’è un collega che sta morendo”. Il consorzio in questione è Algese2, costituito dalle società Alisud, Gesac e Servisair, aggiudicatosi qualche mese fa un contratto di oltre 100 milioni di dollari per gestire per quattro anni le operazioni aeroportuali nelle basi di Napoli-Capodichino e Sigonella. Grazie a un ricorso, Algese2 ha soffiato la commessa del Dipartimento dell’US Navy al colosso industriale Lockheed Martin, uno dei principali attori del complesso militare industriale statunitense. Inizialmente la Lockheed era stata dichiarata vincitrice dei lavori e avrebbe dovuto operare nelle due basi della marina militare USA dal febbraio 2010. “Algese ha però ottenuto prima una proroga fino al 30 giugno 2010, grazie a un contratto dal valore di 3.200.000 euro, poi l’aggiudicazione definitiva dell’appalto”, spiegano i rappresentanti della Cub Trasporti. “Immediatamente il consorzio ha reso pubblica la decisione di non pagare ai suoi dipendenti né gli arretrati per complessivi 1.700 euro, né gli aumenti stabiliti dal nuovo contratto nazionale sottoscritto il 26 gennaio 2010, pari a 131 euro mensili”.
Con l’accordo quadriennale per la gestione aeroportuale di Napoli-Capodichino e Sigonella, Algese2 si afferma come uno dei maggiori contractor delle forze armate statunitensi in Italia. Nel triennio 2004-2006 il consorzio aveva già ottenuto dal Fleet and Industrial Supply Center commesse per 18.412.208 dollari. Ad esse vanno poi aggiunti i 15 contratti per complessivi 118.942.608 dollari sottoscritti dal principale socio-azionista di Algese2, l’Alisud Spa di Napoli, con diverse agenzie del Pentagono nel periodo compreso tra il 2000 e il 2009. La società napoletana che ha pure in gestione l’handling degli scali di Venezia, Bologna, Catania-Fontanarossa e Palermo, opera ininterrottamente dal 1972 nel terminal militare di NSA Napoli, e dal 1976 a Sigonella. La presenza in Sicilia si è interrotta per un breve periodo nel maggio 1997, quando i servizi della base militare furono affidati ad una joint-venture italo-statunitense composta da Pae, Aviation Management e Climega, che presentò un’offerta di gara con un ribasso del 42%. Subito dopo il loro arrivo, queste tre società presentarono un pesantissimo “piano di ristrutturazione” che prevedeva tagli occupazionali e salariali per il personale, con un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro e dell’agibilità sindacale. I lavoratori di Sigonella diedero però vita ad una mobilitazione senza precedenti nella storia delle basi USA in Europa, effettuando sino ad oltre 4.000 ore di scioperi, blocchi stradali e un digiuno durato 46 giorni, subendo pure le cariche delle forze dell’ordine. La straordinaria stagione di lotta dei lavoratori, nota con il nome di “Popolo dei cancelli”, fu documentata dal cineasta britannico Ken Loach.
Con il ri-affidamento nel novembre 2002 del contratto ad Algese2, non si registrò tuttavia alcun cambiamento di rotta nelle politiche aziendali. Il 10 maggio 2004, nel corso di un seminario di studio sul ruolo strategico della base siciliana e sulla penetrazione mafiosa nella gestione di subappalti di costruzione e servizi al suo interno, alcuni lavoratori denunciarono che il “biglietto da visita” del consorzio vedeva l’imposizione di una piattaforma aziendale “finalizzata al contenimento ed alla compressione salariale”, con conseguente “precarizzazione del rapporto di lavoro e l’intensificarsi dello sfruttamento”. “Da allora in poi le cose sono ulteriormente peggiorate e per i lavoratori non c’è stato più scampo”, dichiarano oggi i rappresentanti locali della Cub Trasporti. “Non solo rispetto al loro precedente “status” i lavoratori di Sigonella non recupereranno mai nulla, ma dal 2002 al 2010 perderanno ancora altri livelli e perciò altri soldi, perderanno gratifiche, diritti e speranze. Perderanno posti di lavoro e perfino il rispetto di sé”.
Non è certamente migliore l’aria che si respira tra i dipendenti civili italiani e statunitensi direttamente impiegati dalla marina militare USA. Il 15 ottobre è stato completato il processo di ridimensionamento numerico del personale delle basi di Napoli e Sigonella. “Di conseguenza sono state eliminate 44 posizioni americane, 39 dipendenti locali sono stati oggetto di cessazione non volontaria del rapporto di lavoro e 52 dipendenti locali sono stati ricollocati in posizioni create a seguito di dimissioni volontarie e congelamento delle assunzioni”, scrive il Contrammiraglio Tony Gaiani, Commander, Navy Region Europe, Africa, Southwest Asia. “L’US Navy ha pure sospeso temporaneamente le assunzioni durante il processo di adeguamento del personale al fine di minimizzare le possibili perdite di posti di lavoro. Inoltre, la Navy ha garantito incentivi all’esodo per 24 impiegati che occupavano posizioni o in eccesso o successivamente utilizzate per ricollocamenti”. Le funzioni strategiche delle basi USA in Italia sono destinate a crescere ulteriormente, nuovi scenari di guerra si aprono in Africa ed Asia e vengono schierati nuovi reparti d’élite a Vicenza e ulteriori sofisticati sistemi d’arma in Sicilia (i Global Hawk a Sigonella e il MUOS a Niscemi), ma l’occupazione italiana è destinata progressivamente a scemare.

fonte AGORA'VOX

I lavoratori dell’ODA sono pronti ad assumersi direttamente le responsabilità che derivano dalla gestione dei servizi di riabilitazione

Siamo pronti a difendere l’onore di chi ha onore. Sappiamo che non si può diffamare la putrida coscienza di uomini senza onore: parlare della loro bassezza, dei loro maneggi, delle loro incapacità è semplicemente schierarsi dalla parte degli onesti. I farabutti, i disonesti, gli spergiuri, i sepolcri imbiancati erano e restano i nostri principali nemici, perchè sono i nemici del bene comune e della collettività, perchè sono i nemici degli umili e dei sofferenti, perchè sono i nemici dei semplici e dei puri di cuore.
Non abbiamo la pretesa di sostituirci nè ai tribunali dello Stato, che volta a volta valuteranno e puniranno le fattispecie di reato che denunceremo senza ipocrisia, nè al Tribunale dell’Altissimo, davanti a cui si presenteranno tremando e balbettando, dimentichi forse che i cavilli e i raggiri non trovano udienza davanti alla Verità. Sovvengano loro le parole del sommo poeta “Non isperate mai veder lo cielo: / i’ vegno per menarvi a l’altra riva / ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.”
Oggi siamo finalmente consapevoli, che i servizi di riabilitazione che si erogano presso i Centri di Riabilitazione ODA e di cui godono numerosissime famiglie della nostra comunità non appartengono all’Opera Diocesana Assistenza o alla neoFondazione. Sanità Privata Convenzionata vuole semplicemente dire, che i servizi vengono affidati a privati, ma appartengono alla Regione Siciliana e pertanto ai cittadini di questa regione e in definitiva a tutti noi. Il Privato, semmai, si assume un onere di cui deve dare conto alla collettività: l’onere di ben amministrare! Ecco il punto su cui non si può transigere. Sarebbe troppo facile prendere i soldi pubblici e scappare, lasciando nella disperazione migliaia di famiglie di lavoratori e di utenti. E allora la collettività tutta – i contribuenti che si attendono un ritorno in servizi di qualità – chiede a gran voce di sapere se i servizi di riabilitazione prestati dalle strutture ODA sono in pericolo e se pericolo c’è, chiede di conoscere le responsabilità.
Le professionalità presenti all’interno dei Centri di Riabilitazione, gli utenti dei Centri di Riabilitazione e le loro famiglie possono anche fare a meno dell’ODA, ma non possono fare a meno di quei servizi di riabilitazione che la Regione Siciliana, interpretando un bisogno autentico della collettività regionale e finalizzando denaro pubblico, finanzia.
E’ arrivato il momento di chiedere un incontro, e alcuni precedenti in altre Regioni italiane ce ne danno titolo, con i rappresentanti istituzionali. Un incontro diretto, non una richiesta di mediazione. Un incontro che ponga al centro del confronto la necessità di salvaguardare le qualità professionali di tutti noi lavoratori nella riabilitazione e la dignità dei nostri utenti e delle loro famiglie.
La comunità può anche fare a meno dell’ODA ma non di tutti noi.
Ecco il nuovo punto di partenza: non siamo più disponibili a bizantinismi che occultano la verità e lasciano tutti noi in una condizione di indegna sudditanza.
L’Assemblea Permanente dei Lavoratori dell’ODA è pronta ad assumersi direttamente le responsabilità che derivano dalla gestione dei servizi di riabilitazione affidati, fino ad oggi, all’Opera Diocesana Assistenza di Catania o alla neo Fondazione.

giovedì 28 ottobre 2010

Via libera alle trivelle in Val di Noto Ci toccherà bere Nero d'Avola al petrolio?

Serra Grande è una contrada a un paio di chilometri dalla cattedrale di Noto, prezioso esempio di barocco siciliano. È lì che la Panther Oil Company, il colosso texano del petrolio, vorrebbe a tutti i costi avviare le trivellazioni per l’estrazione del greggio. Con buona pace dei vincoli paesaggistici: ci troviamo, infatti, in pieno Val di Noto, uno dei patrimoni dell’umanità tutelati dall’Unesco.

Ma alle sonde americane assetate di “oro nero” poco importa dei tesori di Sicilia. Anzi, i petrolieri che da tre anni tentano di piantare le trivelle nella zona (patria, tra l'altro, del vino Nero d'Avola Doc), sono adesso ancora più vicini alla realizzazione dei loro affari. Infatti, nei giorni scorsi il Consiglio di giustizia amministrativa ha annullato il ricorso vinto in primo grado dall'amministrazione comunale per bloccare l'attività di ricerca della società texana. Via libera, dunque, alle trivelle.

Questo l'ultimo capitolo della vicenda che ha inizio nel 2004, quando la Regione siciliana, presieduta allora da Salvatore Cuffaro, concesse alla Panther Oil i permessi per le trivellazioni nella zona. Nel 2005 esplose la protesta dei residenti e il governo regionale fu costretto a bloccare i permessi nelle aree Unesco, ma, dopo pochi mesi, il Tar accolse il ricorso degli americani. Nell'estate del 2007 fu la volta della raccolta di oltre trentamila firme di cittadini contrari alle speculazioni sul territorio, dopo l'appello lanciato da Andrea Camilleri sul quotidiano la Repubblica. A quel punto, i petrolieri rinunciarono all'affare, ma nel frattempo, ricorsero ancora una volta al Tar. Tra blocchi e ricorsi, siamo arrivati adesso all'ultimo verdetto del Cga che consente la ripresa dei lavori.

Anche in questo caso si sono levati cori di protesta. Primo fra tutti quello del sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, deciso ad invocare i vincoli del Piano paesaggistico. Dello stesso avviso anche il vicepresidente della Commissione nazionale antimafia, Fabio Granata. “La Regione e lo Stato - ha dichiarato sul suo sito web - hanno gli strumenti adeguati per governare la complessa questione: piena e completa attuazione dei piani paesaggistici, istituzione del Parco degli Iblei e approvazione immediata di una norma che esclude la presenza di impianti di ricerca petrolifera o di produzione energetica nelle pertinenze dei territori tutelati dall’Unesco e/o dalla Regione o dallo Stato. Si tratta quindi di una scelta politica chiara”.

L'istituzione celere del Parco Nazionale degli Iblei è stata invocata anche dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. “Sono stati inviati alla Regione Siciliana negli ultimi due anni – ha dichiarato il ministro – finanziamenti per oltre tre milioni di euro per le spese di istituzione e lo start up dei parchi, ma la Regione ha riavviato da zero il procedimento al termine del quale dovrebbe far pervenire delle proposte di perimetrazione dei parchi al Ministero”. Il risultato, secondo il ministro, è un “ennesimo rinvio a data da destinarsi della nascita dei parchi”, fra cui quello degli Iblei, che farebbe da scudo alle trivellazioni.

Restiamo allora in attesa che vengano prese le decisioni giuste, augurandoci che le trivelle vengano fermate ancora una volta, oltre che dalle legittime proteste dei cittadini, anche e soprattutto dalle istituzioni. Scempi sul territorio in Sicilia ne abbiamo avuti fin troppi, ma questo sarebbe il colmo. Poi il Nero d'Avola “al petrolio” non piacerebbe neanche agli americani. O forse sì?

fonte:SiciliaInformazioni.com

Il giorno di Diego (e della sua barca)

Questo per Diego Cammarata è un giorno importante, il countdown è finito ed è arrivato il momento, per il primo cittadino di Palermo, di iniziare a fare i conti con la vicenda che ha gettato un’ombra sulla sua carriera politica e il suo secondo mandato alla guida del capoluogo dell’Isola. Questa mattina, infatti, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Palermo, Gioacchino Scaduto, deciderà se rinviare a giudizio o meno Diego Cammarata, per la vicenda dello skipper assenteista che avrebbe prestato servizio sull’imbarcazione privata del primo cittadino. Intanto, in attesa di conoscere la decisione di Scaduto, ripercorriamo le tappe della vicenda.

Era il 21 settembre del 2009 quando l’inviata di Striscia Stefania Petyx denunciò il caso di Diego Cammarata e del dipendente della Gesip – chiamato nel primo servizio col nome in codice di Mister X – che avrebbe prestato servizio, durante le ore di lavoro, a bordo della “Molla 2”, la barca del primo cittadino. Secondo la ricostruzione dell’inchiesta condotta dall’inviata di Striscia, ‘Mister X’ avrebbe anche noleggiato in nero l’imbarcazione di Cammarata.

Da quel primo servizio, che ha indubbiamente scosso l’opinione pubblica della città – e non solo – sono trascorse ben diciassette ore, prima che Cammarata affidasse alle parole di un comunicato stampa la propria difesa. “La barca è di proprietà dei miei figli. Come è ovvio ne ho piena disponibilità, ma purtroppo questo avviene solo raramente”: così il sindaco si difese dalle belligeranti accuse che cominciarono a piovergli addosso, mentre dalla sua maggioranza, a distanza di quasi un giorno, cominciavano ad arrivare i primi flebili comunicati. Sempre il 22 settembre si seppe il nome dello skipper nell’occhio del ciclone: si trattava di Franco Alioto, dipendente Gesip. “Il signor Alioto – disse Cammarata – doveva svolgere le proprie mansioni, ovviamente al di fuori del proprio orario di lavoro. La circostanza dell’affitto – proseguiva la nota diffusa dal primo cittadino – non si è mai verificata perché quando ci è stata comunicata la proposta del noleggio dell’imbarcazione è stato intimato al signor Alioto di restituire la caparre e di chiarire che non c’era alcuna disponibilità al noleggio”. Non passarono che un paio di giorni, prima che il cda di Gesip approvasse il licenziamento di Alioto: era il 24 settembre.

Alla fine dello stesso mese, martedì 29, anche la corte dei Conti aprì un’inchiesta, sulle presunte assenze ingiustificate di Alioto. Bisognerà, intanto, aspettare metà ottobre per scoprire che Alioto, in realtà, non era stato licenziato affatto. L’unica punizione fu una sanzione disciplinare pari a tre giorni di sospensione. Alioto venne inoltre spostato al settore verde, nell’VIII circoscrizione.

Dopo il polverone mediatico, le acque si calmarono. Fino allo scorso 10 agosto, quando i pm Laura Vaccaro e Leonardo Agueci hanno chiesto il rinvio a giudizio per Cammarata, per Alioto e per il direttore generale della Gesip Giacomo Palazzolo per truffa e abuso d’ufficio.

fonte: Livesicilia

Bandito Giuliano, si riesuma la salma

Nel cimitero di Montelepre un pool di medici legali analizza ed effettua esami per chiudere quello che è diventato un vero e proprio mistero. Il Dna sarà confrontato con quello dei familiari


PALERMO. Nell cimitero di Montelepre (Pa), presidiato dalle forze dell'ordine, potrebbe essere riscritta l'ultima pagina della misteriosa storia del bandito Salvatore Giuliano. Un pool di medici legali, su incarico della Procura di Palermo che, dopo quasi 60 anni, ha riaperto l'inchiesta a carico di ignoti, per omicidio e sostituzione di cadavere, riesumerà la salma. Dalle 8.30 alle 17 il camposanto è off limits al pubblico: temendo l'assalto dei media, il sindaco ne ha disposto la chiusura per tutta la durata delle operazioni.

Dai resti, verrà estratto il Dna che sarà poi confrontato con quello dei familiari ancora in vita del "re di Montelepre": l'esame svelerà l'identità, da molti messa in dubbio, dell'uomo sepolto e , forse, fatto passare per Giuliano.

Potrebbe esserci una svolta, quindi, sul primo grande mistero della storia della Repubblica: l'uccisione dell'uomo che negli anni convulsi del dopoguerra fu protagonista della stagione controversa e sanguinosa del banditismo in Sicilia. Sollecitati dagli esposti di alcuni storici e dai dubbi del dottor Alberto Bellocco, il medico-legale che ha comparato le foto del cadavere del bandito, i pm di Palermo hanno deciso di vederci chiaro. E dissipare le ombre intraviste già da uno dei pionieri del giornalismo d'inchiesta, Tommaso Besozzi, che in un celebre pezzo dal titolo "Di sicuro c'é solo che è morto" tentò di smontare la tesi ufficiale, che voleva il re di Montelepre ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri.

Per il cronista il bandito sarebbe stato tradito dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, morto poi avvelenato all'Ucciardone, e il suo corpo sarebbe stato fatto trovare, in un cortile di Castelvetrano, crivellato di colpi per rendere credibile la messinscena della sparatoria. Ora, però, sembra venir meno anche l'unica sicurezza espressa da Besozzi, che il cadavere lo vide con i suoi occhi, e cioé che Giuliano sia realmente stato ucciso. Il corpo sepolto a Montelepre potrebbe essere quello di un uomo assai somigliante a Giuliano, un sosia, ucciso per permettere al bandito di fuggire dalla Sicilia. L'esame del Dna, dunque, darà le risposte attese per 60 anni. Risposte che non potrà più dare l'unico testimone che avrebbe potuto rivelare i retroscena dell'omicidio del bandito di Montelepre, l'avvocato Gregorio De Maria, proprietario della casa di Castelvetrano nel cui cortile venne trovato il cadavere. "L'avvocaticchio", come era soprannominato, è morto nel maggio scorso, a 98 anni, portando con sé nella tomba i segreti legati a un grande mistero della Repubblica.

fonte: GIORNALESISICILIA.IT

mercoledì 27 ottobre 2010

Sciopero Fiat davanti la Regione "Lombardo deve muoversi"

Operai della Fiat e dell'indotto ma anche addetti del consorzio Coinres che cura la raccolta dei rifiuti in diversi Comuni del Palermitano, hanno organizzato questa mattina a Palermo un presidio davanti a Palazzo d'Orleans, sede della presidenza della Regione. Il traffico nella zona è stato bloccato. Davanti al palazzo si sono schierati i poliziotti in tenuta antisommossa. La protesta dei lavoratori Fiat è stata organizzata dalla Fiom Cgil.

Davanti a Palazzo d'Orleans sono giunti da Termini Imerese vari pullman di metalmecannici, e il numero dei dimostranti si è ingrossato a diverse centinaia. "La Fiat continua a dire che andrà via a fine 2011 e ancora non si profila nessuna soluzione per lo stabilimento di Termini Imerese. Siamo qui per insistere nel trovare un'alternativa alla disoccupazione per 2200 lavoratori dello stabilimento Fiat e dell'indotto", ha detto Roberto Mastrosimone, segretario provinciale di Fiom Cgil.

"La Fiat - ha aggiunto - vuole andare via e impedire altri investimenti a Termini Imerese. Questo è inaccettabile: il governo regionale dice di avere risorse importanti e non può fare lo spettatore in questa vicenda. Lombardo ha dichiarato di voler destinare 350 milioni da investire nell'area di Termini Imerese per infrastrutture, credito di imposta e innovazione, il denaro c'è: che la Regione si muova per proteggere questo stabilimento che nasce con i soldi dei contribuenti siciliani e per dare continuità alla produzione automobilistica e dignità alle professionalità che vi lavorano".

Il governatore Lombardo, intanto, incontrerà nei prossimi giorni il responsabile di Invitalia, Domenico Arcuri, per avere maggiori dettagli sulle proposte al vaglio dell'Advisor, nominato dal ministero per lo Sviluppo, per l'acquisizione dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, che il Lingotto ha deciso di chiudere a fine 2011. Dopo la riunione Lombardo riferirà ai sindacati. E' quanto riferiscono i dirigenti della Fiom a conclusione dell'incontro che stamani hanno avuto con Lombardo, mentre davanti Palazzo D'Orleans circa 250 operai hanno manifestato proprio per chiedere un intervento del presidente della Regione per sbloccare la vertenza.

Lombardo ha ricevuto il segretario generale della Fiom siciliana Giovanna Marano, il segretario della Fiom di Palermo Roberto Mastrosimone e i delegati sindacali della Lear, della Bienne Sud, della Delivery Mail e della Keller. "La manifestazione organizzata dalla Fiom - dice Mastrosimone - aveva proprio l'obiettivo di chiedere a Lombardo di fare da protagonista in questa vertenza. Il governatore ci ha garantito il suo massimo impegno, adesso aspettiamo la riunione che avrà con i dirigenti di Invitalia".

Epifani. "Su Termini Imerese, allo stato, è tutto fermo. Si avvicinano i tempi entro cui bisogna dare una risposta sennò si chiude la fabbrica. A proposito di annunci... i problemi restano sempre quelli. C'è uno scarto tra annunci, volontà di provocare e i risultati che si portano a casa. Ma anche Termini fa parte di Fabbrica Italia". Lo ha detto il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Sul futuro di Termini Imerese è intervenuto anche il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. "Siamo contrari alle chiusure - ha detto - Ribadiamo che non siamo disponibili ad accettare la chiusura di questo stabilimento".


(26 ottobre 2010)
fonte : la Repubblica

martedì 26 ottobre 2010

A Terzigno è il caos e a Termini gli operai protestano davanti la Regione

TERMINI IMERESE. Alcune centinaia di operai della Fiat e dell'indotto di Termini Imerese stanno manifestando davanti Palazzo D'Orleans, sede della presidenza della Regione siciliana. L'iniziativa è organizzata dalla Fiom. "Chiediamo al governatore Raffaele Lombardo un intervento netto per trovare una soluzione rapida alla vicenda - dice il segretario della Fiom di Palermo, Roberto Mastrosimone - non possiamo aspettare in modo passivo la fatidica data del dicembre 2011 quando lo stabilimento chiuderà per volere dell'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne. Il traffico davanti palazzo D'Orleans è bloccato.

Fonte: Gds

Napoletani rifiuto del mondo: messaggi vergognosi sul free press City

Leggendo la rubrica “Dite la vostra” sull’edizione di ieri del quotidiano gratuito City c’è da rimanere a bocca aperta. La domanda del sondaggio era: “Rifiuti, guerriglia a Terzigno, nel Napoletano, contro l’apertura di una seconda discarica nel Parco del Vesuvio. Secondo voi sono cittadini esasperati o delinquenti?”. Il giornale del gruppo Rcs-Corriere della Sera ha pubblicato le risposte di una ventina di lettori, alcune scandalose. “Svegliati, Vesuvio! Risolvi il problema dei rifiuti, pure di smaltimento! In questo caso i cittadini non saranno esasperati e il governo sarà buono!”, scrive un certo “Lud”. Dello stesso tenore il messaggio invato da “Edo”: “da quelle parti anche la crescita dell’erba è regolata dalla camorra”.
A parte qualche messaggio che dà ragione ai manifestanti o che li contesta, ma civilmente, è da segnalare il crescendo di messaggi violenti sulla pagina di City. Addirittura un lettore, Bruno, afferma: “gli abitanti di certe regioni non possono chiamarsi italiani. Perché non emigrano in Africa?”. Un anonimo, invece, scrive: “bisogna bruciare tutto: Napoli, tutti i napoletani e i loro rifiuti, anche perché i napoletani sono un rifiuto del mondo”. Parole dure, da raduno leghista della peggior specie, non certo consone ad un quotidiano nazionale di proprietà della Rizzoli-Corriere della Sera.
La gente è libera di pensare e dire quello che vuole, ci mancherebbe, ma i giornali hanno il dovere di verificare ciò che pubblicano, evitando di dare la parola a chi esprime sentimenti violenti e razzisti. Già il contenuto del sondaggio è inaccettabile: i cittadini che protestano sono esasperati o delinquenti? Ma che significa? Se i precari della scuola o i metalmeccanici scendono in piazza, nessuno si sogna di chiedersi se sono esasperati o delinquenti.
Un quotidiano nazionale, letto da centinaia di migliaia di persone, dovrebbe dar voce da un lato ai manifestanti e, dall’altro, anche a chi non è d’accordo con le proteste di Terzigno, ma non certo a chi liquida la questione con frasi violente o razziste.

Fonte: IlSud

Terzigno: la polizia irrompe nelle case dei manifestanti, arresto immediato per chi presidia la zona.

TERZIGNO (NA) – E’ emergenza democratica nelle zone vesuviane. Secondo l’agenzia di stampa CNRmedia.com, in queste ore le forze dell’ordine stanno facendo irruzione a tappeto nelle abitazioni dei manifestanti.
La notizia era stata lanciata 5 ore fa dal web e soprattutto dal social network più famoso, Facebook, ed ha trovato conferma in un comunicato della Questura di Napoli, che ribadisce che le perquisizioni sono solo "operazioni di routine".
La polizia sta usufruendo dell’articolo 41 del codice penale che dà la possibilità di irrompere in un domicilio privato senza il mandato del giudice, appellandosi ad un ipotetico sospetto di possesso di armi o droga.
Le testimonianze raccolte da CNRmedia sono allarmanti: “Ti perquisiscono alla ricerca di armi e droga e se non trovano nulla ti rilasciano un foglio con gli estremi della perquisizione e l'esito negativo. Altrimenti ti arrestano".
Oppure “Stiamo parlando di persone senza precedenti, completamente incensurate. Sono stati perquisiti circa quindici giovani manifestanti: qualcuno è stato rilasciato immediatamente, altri sono stati portati in questura di Napoli per poi essere liberati senza che sia stato trovato nulla".
E ancora: “Con questo metodo diversi ragazzi si sono intimoriti e, anche per la pressione delle famiglie spaventate, difficilmente li rivedremo in giro. È un'operazione squallida".
Intanto i sindaci vesuviani, durante l'incontro in Prefettura a Napoli con il sottosegretario Bertolaso, hanno ribadito un secco no all’apertura della seconda discarica e auspicano che siano eseguiti il prima possibile gli accertamenti sullo stato di salute della discarica Sari.
Ma è anche emergenza economica, infatti gli imprenditori della zona fanno sapere che si sta generando nell'area una grave crisi, con il rischio di 600-700 posti di lavoro a perdere.
Per ultimo, secondo la giornalista del Corriere della Sera, Fiorenza Sarzanini, è in studio una misura dettata direttamente dal Ministro Maroni, che parla di “divieto di assembramento nella rotonda di Terzigno” prevedendo l’arresto immediato per chi non rispetta tale veto.
Questa direttiva è già sulla scrivania del Prefetto Andrea De Martino, che la renderà subito operativa in caso si verificassero nuovi scontri.
E’ questa la linea dura di cui parlava Maroni? E poi, una domanda sorge spontanea: a Terzigno la Costituzione è stata sospesa?

Fonte: InfoOggi

ARRESTATO SINDONI, SINDACO DI CAPO D 'ORLANDO

Il sindaco di Capo d’Orlando (Messina), Roberto Vincenzo Sindoni, è stato arrestato da militari della guardia di finanza di Siracusa nell’ambito di una presunta truffa da un milione di euro all’Unione europea, ottenuti con la falsa dichiarazione di disponibilità di agrumeti e di produzione di arance e limoni.

Il provvedimento restrittivo oltre che a Sindoni, che è indagato in qualità di rappresentante legale della Agridea, è stato notificato anche a Basilio Gugliotta, rappresentante legale della Cam, della quale il sindaco di Capo d’Orlando, secondo l’accusa, risulta essere l’amministratore di fatto. A Gugliotta il Gip ha concesso gli arresti domiciliari. Il reato ipotizzato è di truffa aggravata in concorso nei confronti della Pubblica amministrazione per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

La notifica dell’ordinanza di custodia nei confronti del sindaco di Capo d’Orlando è avvenuta questa mattina e riguarderebbe, secondo il difensore di Sindoni, gli stessi fatti contestati all’indagato nell’aprile del 2008 per i quali era stato arrestato ma mai rinviato a giudizio, a differenza di altri indagati siracusani attualmente sotto processo. Il difensore del sindaco, Carmelo Occhiuto dice: “Si tratta di un provvedimento folle per la stessa indagine che sembrava chiusa da tempo è stato spiccato un mandato che non ha alcuna logica”.

La Finanza sostiene che l’inchiesta riguarda “agrumeti virtuali per intascare milioni reali”. Secondo le Fiamme Gialle le società oggetto dell’indagine, che si occupano di raccolta e conferimento alle industrie di prodotti agricoli, avrebbero ottenuto dall’ Agenzia per le erogazioni in agricoltura l’indebita erogazione di contributi Feoga (Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia) per oltre un milione di euro. “E’ una reiterazione – dice la Finanza – dello stesso meccanismo di frode acclarato proprio dai finanzieri nel corso di una precedente indagine svolta nel 2008″.

Anche in questo caso, per gli investigatori, risulta dichiarata fraudolentemente la disponibilità di terreni coltivati ad agrumi e la relativa produzione fittizia di arance e limoni. Le indagini avrebbero appurato che gran parte dei terreni erano improduttivi o di proprietà e nella disponibilità di soggetti diversi, che non avevano stipulato alcun contratto di locazione con le cooperative percettrici dei fondi pubblici. Inoltre, le quantità di agrumi dichiarate sono risultate non congrue rispetto alle dimensioni degli agrumeti ed alla capacità produttiva degli stessi. Sindoni, eletto sindaco di Capo d’Orlando per la prima volta nel 1994, ha guidato la città sino al 2003. Poi è ritornato a ricoprire l’incarico nel 2006 alla guida di una lista civica. Dopo un passato nel Movimento Sociale, negli ultimi anni ha abbracciato la causa autonomistica.

Le società coinvolte nell’inchiesta hanno operato, oltre che nel Siracusano, anche nel Catanese e nel Messinese. Le due cooperative, e a una terza sempre di Capo d’Orlando e sempre riconducibile a Sindoni, sono state escluse da agevolazioni, finanziamenti, contributi e sussidi. Le tre società hanno ricevuto la revoca di quelli già concessi nonché ed è stato loro imposto il divieto di contrattare con la Pubblica amministrazione

fonte : Livesicilia

“Spese per viaggi e regali”

“Mentre all’istituto comprensivo Antonio Ugo di Palermo i nostri bambini non hanno le sedie, si scopre che i fondi di riserva del Comune, che come tutti sanno servono per le emergenze e ammontano a poco più di 2 milioni di euro, vengono utilizzati per tutto tranne che per le emergenze”. Lo dice Davide Faraone, consigliere comunale del Pd, che stamattina si è recato in visita all’Antonio Ugo, in occasione della giornata della legalità. L’esponente del Partito Democratico ha anche effettuato un sopralluogo e ha registrato lo stato di degrado in cui versa la scuola, a partire dall’assenza di sedie.

“In particolare – aggiunge – abbiamo scoperto che alla vigilia di Natale del 2009 Cammarata si è recato in una famosa gioielleria di Palermo spendendo 600 euro e l’ex vicesindaco Scoma, a settembre, è volato a Los Angeles per promuovere, insieme a 4 dipendenti comunali, il settore ittico di Palermo spendendo la modica cifra di 16mila euro. Somme rigorosamente prelevate dal fondo di riserva. Con 600 euro – conclude Faraone – si potevano acquistare 30 sedie e con 16mila euro si potevano arredare tante aule con banchi e con sedie adatte ai piccoli alunni. Evidentemente la giunta Cammarata ritiene regali e viaggi più importanti delle sedie per gli alunni palermitani. Di questo e di tante altre spese inutili, nei prossimi giorni, dovranno rispondere alla città”.

fonte : Livesicilia

lunedì 25 ottobre 2010

A maggio qualcuno quando ha approvato la finanziaria non se n’era accorto? VERGOGNATEVI, INCOMPETENTI E ARRUFFONI !

Andiamo subito oltre il dibattito sulla comunicazione e proviamo a stare sulla notizia. Quella estremamente sconfortante del giorno.
Sicilia, la Regione che ha ormai soltanto 15 milioni in cassa, mentre servirebbero per arrivare a fine anno 1 miliardo, sta tagliando tutto quel che può tagliare, sta per ricorrere ad un mutuo per pagare gli stipendi (cosa che non può fare, perchè non si possono contrarre mutui per le spese correnti), ma, soprattutto, sta facendo retromarcia su tutto il fronte dei fondi concessi in Finanziaria. Anche per quella chiamata sino allo scorso anno Tabella H. Chi c’è dentro? Anche moltissimi enti assistenziali, che da decine e decine di anni vivono e agiscono grazie al contributo regionale e anche quest’anno avevano avviato regolarmenente la loro attività, contando sul finanziamento. Per esempio l’Unione italiana ciechi, che assiste 45 mila non vedenti e 90 mila ipovedenti nell’Isola, o l’Ente Sordomuti, che ne assiste 15 mila. A maggio, finalmente, quando è stata approvata la Finanziaria, a questi due enti e a molti altri, sono stati garantiti i finanziamenti: 2 milioni e 300 mila all’Uic, 1 milione circa all’Ente sordomuti, ma tanti altri a enti come la fondazione don Calabria, Telefono arcobaleno, Banco alimentare. Da maggio a settembre gli enti hanno atteso l’attivo delle somme stabilite per legge, e nel frattempo le avevano già impegnate, spese, ricorrendo, spesso, a prestiti bancari. Tre settimane fa l’assessore al Bilancio aveva comunicato il taglio del 30% di quei fondi, provocando l’allarme. Il 20 ottobre, però, una circolare dell’assessorato alla Famiglia ha avvertito: i fondi saranno tagliati del 70%, con effetto retroattivo. Insomma se avete speso, se avete fatto debiti contando sulla legge che vi aveva assegnato quei soldi, beh sono problemi vostri. E’ una catastrofe sociale, perchè tutti gli enti rischiano intanto di dovere sospendere l’assistenza, poi il fallimento. Anche associazioni che si occupano di disabili, di immigrati, di soggetti a rischio. Non ci sono soldi in cassa, vabbene, ma a maggio qualcuno quando ha approvato la finanziaria non se n’era accorto? Non ci sono altri fondi meno urgenti e utili da tagliare? Si può con leggerezza assoluta comunicare a fine ottobre che il contributo del 2010 sarà tagliato del 70%? Adesso gli enti non sanno proprio cosa fare, probabilmente la Regione nemmeno. Ma una risposta e una soluzione bisogna trovarla, perchè se no saremmo davvero alla vergogna mondiale, peggio difficilmente si potrebbe fare.
fonte : lasiciliaweb

domenica 24 ottobre 2010

Una lettera da Terzigno. Divulgatela il più possibile!

Buona sera, sono il dott. Nicola Boccia e sono residente a Terzigno. Potrei scrivere centinaia di pagine su quanto sta accadendo a Terzigno, ma mi limito a descrivere i fatti più concreti che poi sono degenerati nell’intifada terzignese. Nel 2008 il sindaco di Terzigno Domenico Auricchio firmava l’apertura delle due discariche nel Parco Nazionale del Vesuvio, patrimonio Unesco. Dopo il ricorso da parte dell’Ente Parco contro la discarica, il governo con proprio decreto scavalcava la legge del parco e consentiva la definitiva apertura delle 2 discariche. Nel 2009 dopo la sfiducia al sindaco Auricchio si ritornava alle elezioni ed il sindaco giurava sulla statua di padre Pio che lui non aveva mai firmato il consenso all’apertura delle discariche e che se fosse risalito avrebbe fatto chiudere anche la discarica n.1. Salito nuovamente disattendeva, ovviamente tutte le promesse. Intanto l’agricoltura che ha reso famosa Terzigno nel mondo grazie al vino Lacryma Christi moriva e l’uva le nocciole e le albicocche del Vesuvio rimanevano invendute a causa della presenza della discarica, facendo perdere centinaia di posti lavoro. Inoltre il territorio è/era caratterizzato dalla presenza di decine di ristoranti aperti grazie alla buona tavola ed al favoloso panorama (il Vesuvio da un lato ed il golfo di Napoli dall’altro) che occupano/vano centinaia di persone ora ridotti in ginocchio a causa dei miasmi della discarica (ed ancora non apre la seconda discarica che è la più grande d’Europa). Detto ciò secondo voi quando una persona perde il posto a causa della discarica e deve vedere i propri familiari ammalarsi di cancro, secondo voi che alternativa ha? Ovvio, scatena l’inferno. Tale inferno non è niente se arriveranno i militari ad aprire la seconda discarica, perchè i più facinorosi impugneranno le armi ed allora, purtroppo, ci saranno molti morti.

Sostegno a Terzigno

Nel mezzo del cammin di nostra vita..
vi starete chiedendo il perché di questa citazione dantesca; è presto detto. Infatti parlare di” munnizza” a Palermo equivale a scrivere una cantica dantesca. Come ben sapete Palermo e molti comuni della Sicilia,per non dire tutti, sono afflitti dall’emergenza rifiuti,peraltro presente anche in Campania e nel resto del mezzogiorno. Ma in particolare a Palermo e a Napoli questo problema è presente senza soluzione di continuità da circa 4 anni;per quanto riguarda Palermo,come sappiamo l’Amia,società che gestisce la raccolta dei rifiuti, è piena di debiti e non paga da mesi gli operatori ecologici,i quali tra l’altro non sono neanche dotati delle minime risorse per la loro sicurezza sul lavoro. In questo clima di caos, anche a causa della mancanza di provvedimenti seri da parte delle istituzioni, la raccolta dei rifiuti va da molto tempo a rilento. Il problema sembra però essere di tipo meridionale; infatti sappiamo tutti cosa stia succedendo in provincia di Napoli,ma per chi non fosse informato facciamo chiarezza. A Terzigno,comune in provincia di Napoli,esiste una discarica,la Sari,che è posta a poche centinaia di metri dalla città; le conseguenze pratiche sono il continuo passaggio di auto compattatori per la città e cattivi odori, che costringono la popolazione della cittadina a stare con finestre chiuse tutto il giorno e a comprare deodoranti e mascherine. Alla Regione Campania hanno però avuto la geniale idea di costruire un'altra discarica nei pressi di Terzigno e vicino il parco nazionale del Vesuvio,patrimonio dell’Unesco. Questo ha fatto infuriare la popolazione vesuviana,ed in particolare quella di Terzigno,che ha cercato di protestare in maniera civile; ma durante una manifestazione,i cittadini di Terzigno sono stati caricati senza alcun apparente motivo. Da qui si è scatenata una guerriglia giornaliera e continua fra cittadini e forze dell’ordine,lotta che produce feriti ogni giorno, ma che non produce soluzioni,come del resto le istituzioni,le quali stanno perdendo credibilità,fatto evidenziato dal falò di schede elettorali fatto a Terzigno e dalle due bandiere italiane bruciate a Boscoreale e Boscotrecase,comuni limitrofi a Terzigno,che si sono uniti nella battaglia contro la discarica. In questo momento gli scontri stanno coinvolgendo anche la periferia di Napoli,in cui sono stati dati alla fiamme decine di cassonetti stracolmi di rifiuti,visto che la raccolta non va avanti da 10 giorni. I momenti di maggiore tensione si vivono la notte,quando gli auto compattatori portano i rifiuti alla discarica. La polizia,carica senza alcuna pietà i manifestanti disarmati,i quali reagiscono con lanci di pietre e sprangate. Le forze dell’ordine,questo è evidente,perdono facilmente la ragione caricando i manifestanti e abusando molte volte del loro potere. A differenza di quanto ha detto Berlusconi,la situazione non è di facile soluzione,e la rabbia sale e si espande sempre di più. Di recente l’Ue ha inviato sul luogo una Commissione di inchiesta per verificare la situazione. Il bilancio è stato negativo; i commissari sono rimasti stupiti in negativo da molte cose,prima fra tutte l’inacessibilità delle discariche. L’ Ue minaccia di ricorrere a multe contro l’Italia, ma Bertolaso gli dice di farsi gli affari loro,senza però proporre soluzioni costruttive. Nessun partito e nessuna istituzione si sono prodigate per Terzigno tranne il sindaco e il Movimento 5 stelle che segue ora dopo ora la vicenda. Numerosi video su youtube mostrano la violenza a cui sono soggetti gli abitanti di Terzigno,Boscoreale e Boscotrecase; ormai una protesta pacifica a causa delle forze dell’ordine, e questo va sottolineato, si è prima trasformata in guerriglia armata e ora rischia di degenerare in guerra civile.
Quello che la gente chiede sono soluzioni,non manganellate e discariche che emettono diossina e altre sostanze cancerogene. Basterebbe una raccolta capillare,creare siti in luoghi consoni e una raccolta differenziata fatta per bene. Non serve tanto,serve solo un po’ di impegno da parte dei cittadini,ma soprattutto da parte delle istituzioni,che invece preferiscono usare la polizia per reprimere i problemi,come accaduto a Napoli e come accaduto ai pastori di Cagliari. Ribadisco il mio sostegno a Terzigno, a Boscoreale e a Boscotrecase,e a quelli che stanno lottando contro questo
Pietro Minardi
Coordinatore Evis per Palermo e territori circostanti.
http://www.youtube.com/watch?v=bedvtRoqurw&feature=related Scontri Polizia-Manifestanti ed abuso di potere.
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Ancora-caos-rifiuti-critiche-da-Ue-Papa-si-trovi-soluzione-condivisa_311147410782.html Articolo dettagliato sulle ultime dalla Campania.
http://www.youtube.com/watch?v=e91gy0-ABbM Commissione Ue sulla situazione campana.

sabato 23 ottobre 2010

Il testo completo dell’intervista a Giovanni Scilabra

“Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri nel 1986 chiesero insieme 20 miliardi di vecchie lire in prestito per le aziende di Silvio Berlusconi alla Banca Popolare di Palermo”. A raccontare l’incontro che proverebbe i rapporti tra il gruppo Berlusconi e don Vito, sempre negati dal Cavaliere, non è Massimo Ciancimino o un pentito qualsiasi ma un manager di banca in pensione, che ha passato metà della sua vita nel cuore del potere siciliano e che ora ha deciso di aprire l’album dei ricordi. Si chiama Giovanni Scilabra, oggi ha 72 anni e allora era direttore generale della Banca Popolare di Palermo del conte Arturo Cassina, il re degli appalti stradali, amico e sodale di Ciancimino. L’ex manager è abbastanza deciso nel collocare l’incontro nel 1986. Don Vito era stato arrestato da Giovanni Falcone per mafia nel 1985 e aveva l’obbligo di risiedere a Roma. Ma il figlio Massimo ha raccontato che, grazie alle sue coperture, circolava indisturbato a Palermo. “Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo”, cerca di riannodare i ricordi l’ex manager, “ricordo che l’incontro avvenne in quella sede”. In pensione dal 1999, Scilabra ha più tempo da dedicare alla lettura. L’ex manager ha seguito con attenzione le rivelazioni del Fatto sugli affari e gli incontri milanesi tra il Cavaliere e Ciancimino. E, quando l’avvocato-onorevole Niccolò Ghedini ha dichiarato: “Nessun rapporto né diretto né indiretto né tantomeno economico vi è mai stato fra Berlusconi e Vito Ciancimino. All’’epoca Berlusconi non sapeva chi fosse il sindaco di Palermo”, Scilabra ci ha aperto la sua bella casa palermitana per dire quello che ha visto con i suoi occhi.

Dottor Scilabra quando ha conosciuto Marcello Dell’Utri?
Nei primi mesi del 1986, il Cavaliere Arturo Cassina, mi disse: ‘Dottore Scilabra, vengo sollecitato da Vito Ciancimino per un finanziamento a un grande gruppo del Nord. Io vorrei che lei lo riceva e ascolti le sue richieste’. Dopo alcuni giorni Vito Ciancimino è venuto insieme al signor Marcello Dell’Utri. Mentre Ciancimino lo conoscevo bene, era stato già assessore e sindaco, Dell’Utri per me era uno sconosciuto. Per accreditarsi mi disse che era palermitano, aggiunse che aveva un fratello gemello. Poi entrò nel vivo. Veniva a chiedere un finanziamento per il Cavaliere Berlusconi.

Perché la Fininvest di Milano chiedeva prestiti a Palermo?
Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario e allora abbiamo tentato con l’amico Ciancimino di sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’.

La richiesta di finanziamento a quanto ammontava?
Circa 20 miliardi di vecchie lire. Il rischio però sarebbe stato suddiviso tra tutte le banche popolari della Sicilia. Feci presente a Dell’Utri che per noi, piccole banche siciliane, quelle richieste erano troppo onerose.

Cosa le disse per convincerla?
Marcello Dell’Utri disse che il gruppo Fininvest avrebbe ripagato con congrui interessi l’operazione. Voleva restituire tutto dopo 3 anni, in un’unica soluzione. Solo gli interessi sarebbero stati pagati durante i 36 mesi.

Lei cosa rispose?
Io dissi: ‘Visto che lei è venuto accompagnato da Vito Ciancimino ne parlerò con le altre banche’. Però aggiunsi che una restituzione a 36 mesi mi sembrava poco fattibile anche perché la Banca d’Italia e gli organi di vigilanza ci stavano con il fiato sul collo e avrebbero sicuramente avuto qualcosa da ridire. Proposi allora di adottare il metodo revolving, cioè con dei rientri ogni 4 mesi del capitale. In modo da permetterci anche di vedere come andavano queste aziende nel frattempo.

E in questa conversazione tra lei e Dell’Utri, che atteggiamento adottò Vito Ciancimino?
La mia impressione è che il ruolo di Ciancimino fosse un po’ quello del sensale dell’operazione.

In che rapporti erano Dell’Utri e Vito Ciancimino?
Cordiali. Si vedeva che si conoscevano bene. Comunque io mi riservai di decidere e passammo ai saluti. Da allora non ho più visto di persona Dell’Utri.

E il finanziamento?
Dall’indomani io mi misi all’opera. Contattai i presidenti e i direttori generali delle banche popolari più rappresentative per sentire il parere di colleghi più anziani di me. Tutti dissero che l’operazione non era fattibile. Era troppo rischiosa per le nostre piccole banche.

Perché il gruppo Berlusconi aveva bisogno di capitali?
Non capii esattamente se dovevano servire per la Edilnord, per la Fininvest o per la Standa (in realtà la Standa sarà comprata da Berlusconi solo anni dopo, ndr). Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi.

Chi erano questi colleghi delle altre banche con i quali ha parlato del finanziamento a Berlusconi?
Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta; il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì; l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa; il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì; Francesco Romano della Popolare di Carini. Allora erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui. Feci’ da regista all’operazione perché ero nel capoluogo, Palermo, ed ero il più giovane, tanto che gli altri sono quasi tutti morti.

E come è finita la storia?
Ciancimino tornò da me, da solo. E gli dissi che l’operazione non poteva andare avanti per i motivi che ho detto.

Come la prese Ciancimino?
Molto male. Nell’operazione secondo me lui si sarebbe certamente ritagliato una mediazione perché secondo me per lui questo oramai era un mestiere. Fu sgradevole come suo solito. Mi disse che eravamo una bancarella, che eravamo tirchi, che avevamo fatto male e che dovevamo dare questi soldi a Berlusconi, un grosso imprenditore che avrebbe pagato interessi congrui.

E Cassina come la prese?
Ovviamente io avevo riferito tutto al commendatore che mi disse di fare tutto il possibile ma – comunque – sempre tutelando l’interesse della banca.

Ci può raccontare chi era secondo lei il Conte Cassina, come lo chiamavano allora?
Era in realtà un signore venuto da Como che usurpò il titolo nobiliare al fratello e che iniziò a lavorare nelle manutenzioni stradali nel dopoguerra. Così entrò in rapporti con Ciancimino, assessore ai lavori pubblici e poi sindaco di Palermo.

E chi erano gli altri soci della banca?
La banca era una piccola popolare con dei soci di riferimento. Oltre a Cassina c’era il cavaliere Alfredo Spatafora, ricchissimo titolare di una catena di negozi di scarpe in tutta Italia e il commendatore D’Agostino che operava nel campo delle opere marittime.

Sta parlando di quel Benni D’Agostino, arrestato nel 1997 e poi condannato per mafia, già socio nel periodo 1979-80 del presidente del Senato Renato Schifani?
Sì, lui era il figlio del commendatore ma si occupava anche lui dell’azienda e lo conoscevo, come il padre.

Perché Cassina era così potente?
Cassina a Palermo era come Costanzo, Rendo e Graci messi insieme a Catania. A Palermo era come Agnelli a Torino. Nella sua villa aveva impiantato uno zoo con centinaia di animali: leoni, leopardi, coccodrilli, giraffe e zebre. Gestiva l’Ordine del Grande Sepolcro di Palermo dove faceva entrare chi diceva lui. Funzionari di polizia, prefetti, politici e mafiosi e colletti bianchi facevano la fila mentre io, ovviamente, me ne fottevo. Cassina era molto amico anche di Gheddafi, che gli affidava gli appalti in Libia. Uno dei primi libretti verdi della rivoluzione del Colonnello finì nelle mie mani perché Gheddafi lo aveva donato personalmente a Cassina che aveva fatto impiantare le tende nei suoi saloni in suo onore.

Ma perché Cassina aveva il monopolio degli appalti?
Nella sua ditta c’era addirittura un distributore delle tangenti. Si chiamava ragioniere D’Agostina, detto manuzza. Il commendatore mi chiamava la sera e mi chiedeva di far preparare al cassiere decine di milioni di vecchie lire in contanti. Al mattino si presentava il ragioniere e mi lasciava un assegno che veniva addebitato sui conti di Cassina. Quei soldi servivano per politici e funzionari. Il ragioniere mi diceva: ‘Assai ci costano i politici al conte Cassina’”.

Chi erano i correntisti della banca?
Prima che io diventassi direttore c’era il papa della mafia, Michele Greco. Era amico del vicepresidente Giuseppe Guttadauro, ex deputato monarchico legato alla mafia di Ciaculli, che fu cacciato dalla banca.

Cosa pensa dei racconti di Massimo Ciancimino sui rapporti economici tra il padre e Silvio Berlusconi?
Per me, al 99 per cento, Massimo Ciancimino dice la verità. Comunque da quello che ho visto io, Ciancimino era un uomo venale. A lui interessava l’argent , cioè i soldi della mediazione. Non era una persona raffinata. Il raffinatissimo, secondo me, era Marcello Dell’Utri.

Quali erano i rapporti tra Ciancimino e Cassina?
Erano culo e camicia. Quando Ciancimino era assessore, tutte le strade, gli acquedotti e le fognature erano appaltate alle ditte di Cassina. Al punto che tutte le mappe delle reti non erano in comune ma in mano a Cassina, anzi nella casa di un capomastro. Se il comune voleva riparare una strada doveva chiedere le mappe a lui. Fu proprio il capomastro a spiegarmi il meccanismo. Un giorno si presentò nel mio ufficio e mi chiese un prestito di 500 milioni di lire dell’epoca, che ovviamente gli rifiutai. Lui allora si inalberò e mi spiegò che non era un capomastro qualsiasi ma quello che aveva le mappe. Alla fine ottenne il prestito, anche se molto inferiore.

A proposito di prestiti rischiosi, lei si è pentito di non avere dato quei 20 miliardi all’uomo più potente d’Italia?
No. Ma che scherziamo? La centrale rischi bancari indicava per il gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi. Era troppo rischioso e avremmo rischiato seriamente di perdere tutti i soldi.

Perché oggi racconta questa storia?
Perché sono stufo delle bugie. Per capire l’Italia di oggi bisogna partire dalle storie come quella di Cassina, che io ho vissuto. E per costruire un paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità.

da Il Fatto Quotidiano del 23 ottobre 2010

Scilabra, Banca Popolare di Palermo: “Berlusconi mi chiese 20 miliardi”

La nuova bomba sulla testa del presidente del Consiglio la lancia oggi “il Fatto Quotidiano”. Il giornale diretto da Antonio Padellaro, infatti, pubblica un’intervista all’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo Giovanni Scilabra, che racconta come nel 1986 il Cavaliere abbia beneficiato di un prestito da 20 miliardi di lire concesso dall’istituto di credito siciliano grazie all’intercessione di Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri.

“L’ex manager è abbastanza deciso nel collocare l’incontro nel 1986 - scrive il Fatto Quotidiano -. Don Vito era stato arrestato da Giovanni Falcone per mafia nel 1985 e aveva l’obbligo di risiedere a Roma. Ma il figlio Massimo ha raccontato che, grazie alle sue coperture, circolava indisturbato a Palermo. ‘Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo’, cerca di riannodare i ricordi l’ex manager, ‘ricordo che l’incontro avvenne in quella sede’”.

Al vertice della banca era il conte Arturo Cassina, vero e proprio re mida degli appalti stradali e vicino all’ex sindaco mafioso di Palermo. In base ai racconti di Scialabra quel prestito avrebbe assunto un ruolo fondamentale nel piano di salvataggio del gruppo del presidente del Consiglio, in quel periodo in forte perdita.”Non capii esattamente se dovevano servire per la Edilnord – prosegue l’ex direttore della Banca Popolare di Palermo -, per la Fininvest o per la Standa (in realtà la Standa sarà comprata da Berlusconi solo anni dopo, ndr). Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi”.

L’operazione di salvataggio, per arginare le copiose perdite di miliardi, coinvolse diverse banche siciliane, determinando un’attività in cui Scilabra assunse il ruolo di vera e propria centrale operativa: “Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta – dice Scilabra -; il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì; l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa; il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì; Francesco Romano della Popolare di Carini. Allora erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui. Feci da regista all’operazione perché ero nel capoluogo, Palermo, ed ero il più giovane, tanto che gli altri sono quasi tutti morti”.

Alla fine il prestito non si concretizzò, anche a causa dei timori dell’ex direttore generale dell’istituto di credito, che a tutt’oggi non è affatto pentito di aver negato quei soldi a “sua emittenza”: “La centrale rischi bancari indicava per il gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi – dice -. Era troppo rischioso e avremmo rischiato seriamente di perdere tutti i soldi”. “Per capire l’Italia di oggi – conclude – bisogna partire dalle storie come quella di Cassina, che io ho vissuto. E per costruire un paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità”.

fonte : Livesicilia

venerdì 22 ottobre 2010

Abuso d'ufficio. Chiesti due anni di reclusione per l'ex sindaco di Catania, Scapagnini

Il sostituto procuratore Antonino Fanara ha chiesto alla terza sezione penale del Tribunale di Catania la condanna a due anni di reclusione dell'ex sindaco di Catania, e attuale parlamentare nazionale del Pdl, Umberto Scapagnini. Il procedimento tratta la nomina, nel gennaio 2001, di Carmelo Guglielmino quale consulente del Comune con l'incarico di "coordinare le attività connesse al rilascio e alla riqualificazione degli spettacoli teatrali dialettali". Secondo l'accusa la delibera prevedeva che Guglielmino, che non è imputato, svolgesse il ruolo a titolo gratuito, e invece per lui sarebbe stati stanziati 14 milioni di lire a titolo di rimborso, dei quali ne incassò nove. Secondo l'avvocato Guido Ziccone, che assiste Scapagnini nel procedimento, "dal dibattimento emergerà con chiarezza l'irrilevanza penale della vicenda".

fonte : SiciliaInformazioni.com

mercoledì 20 ottobre 2010

TERZIGNO: ITALIAUNITA S.P.A MOSTRA IL SUO SFASCIO E LA SUA FACCIA VIOLENTA.

I fatti di Terzigno e di Cagliari sono due dei tanti fuochi accesi in tutta la Penisola e le Isole Italiche, sono l’evidenza di un entità statale che scivola a velocità sempre maggiore verso un triste e forse tragico declino, sono la dimostrazione che uno stato debole e corrotto non fornisce altre risposte alle giuste richieste dei suoi sudditi se non una bestiale violenza; sono l’attestazione di un Colonialismo che dura da 150 anni e che fa si (tra l’altro) che il 70% dei bambini poveri d’ItaliaUnita si trovi nel Meridione.
Ovviamente siamo dalla parte dei nostri compatrioti e compartecipi delle loro sofferenze.
Non possiamo, infine, non prendere atto con rammarico che nessuno del MOVIMENTI MERIDIONALISTI IDENTITARI sia presente nelle lotte di Terzigno. Questo è un dato triste ma inequivocabile; un dato che attesta una chiara debolezza ed una mancanza di volontà politica in questo senso.
Questo ci fa essere ancora più certi del fatto che è arrivato il momento di lanciare UNA SECONDA E NUOVA FASE DEL MERIDIONALISMO IDENTITARIO

COMITATO 8 MAGGIO-EVIS - Partito per l ' Indipendenza della Sicilia

"Dopo l'Addaura Emanuele mi disse: in quell'attentato c'entra la polizia"

Parla Gianmarco Piazza, suo fratello con un collega salvò Falcone. "Non ne ho parlato fino ad ora perché avevo paura, non mi fidavo di quelli
che indagavano"

L'agente Emanuele Piazza, collaboratore del Sisde ucciso dalla mafia il 16 marzo 1990 e mai ritrovato
PALERMO - Cosa le ha confidato Emanuele? "Mio fratello mi ha detto che ad organizzare il fallito attentato contro il giudice Falcone non era stata la mafia, ma era coinvolta la polizia. Ricordo ancora le sue parole: "C'entra la polizia"... ". E perché ha tenuto nascosto tutto questo per tanto tempo? "Perché avevo paura, perché quello che sapevo avrei dovuto riferirlo proprio alla polizia che indagava sul fallito attentato e sull'uccisione di mio fratello".

Nella sua bella casa di Palermo Gianmarco Piazza, avvocato civilista, quarantasei anni, uno dei quattro fratelli di Emanuele - l'agente dei servizi scomparso nel marzo del 1990 mentre cercava di scoprire cosa era accaduto all'Addaura - in quest'intervista con Repubblica svela per la prima volta un segreto su quei candelotti di dinamite piazzati nel giugno del 1989 davanti alla villa di Giovanni Falcone. Emanuele sapeva molto anche sull'uccisione di Vincenzo Agostino, il poliziotto assassinato con sua moglie Ida neanche tre mesi dopo il fallito attentato. Sia Piazza che Agostino - secondo le ultime inchieste - sarebbero stati colpiti perché avevano salvato Falcone da chi lo voleva morto. L'avvocato Gianmarco Piazza, un paio di settimane fa, ha consegnato una memoria ai procuratori di Palermo sui misteri dell'Addaura. Nei prossimi giorni sarà interrogato anche dai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi.

Avvocato, Emanuele le disse proprio quelle parole: c'entra la polizia...
"Con Emanuele avevo un rapporto molto stretto, avevamo vissuto insieme dal 1986 al 1988 in quella casa di Sferracavallo dove lui viveva quando è scomparso. Fra la fine di giugno e l'inizio di luglio del 1989, a Palermo si parlava tanto del fallito attentato contro Falcone, ne parlavamo naturalmente anche a casa, tra noi fratelli, con mio padre. Sulla vicenda Emanuele mi raccontò che lui era sicuro che non era stata Cosa Nostra a fare quell'attentato".

E lei gli chiese chi era stato?
"Prima lui lasciò intendendere che quella notizia l'aveva appresa per motivi di servizio. Poi, quando gli feci la domanda, rispose secco, senza fare altri commenti: "C'entra la polizia, c'entra qualcuno della polizia...". Io lo sapevo che Emanuele era un collaboratore del Sisde, che era a conoscenza di tante cose... ".

Non le disse altro Emanuele?
"Non mi disse altro. Io non ho mai saputo un nome o un cognome, sono vent'anni che penso a quella frase di Emanuele sulla polizia, mi arrovello, mi tormento".

Quella confidenza non l'ha mai comunicata a nessuno, perché? Solo per paura?
"Dopo la scomparsa di Emanuele, tutti i rapporti fra noi e la polizia li ha tenuti mio padre. Dal 1990 nessuno mi ha mai chiesto niente, né sulla scomparsa di mio fratello né sull'attentato all'Addaura. Io, fin dal primo momento, non ho voluto raccontare queste cose agli inquirenti semplicemente perché non avevo fiducia in loro. Come potevo avere fiducia di un commissario - Salvatore D'Aleo - che per scoprire gli assassini di mio fratello seguiva una pista passionale? Come potevo avere fiducia quando un altro poliziotto, grande amico di mio fratello - Vincenzo Di Blasi - dopo la scomparsa di Emanuele non venne mai a trovarci. Mio fratello era legatissimo a lui, non venne a salutarci neanche una volta. A volte, per capire, bastano pochi dettagli. E quello fu un dettaglio che a me diceva tutto. L'unico di cui si fidava mio padre - e ci fidavamo tutti - era Falcone".

Furono in molti che cominciarono a depistare, a sviare le indagini sulla morte di suo fratello?
"Cominciarono con me, qualche ora dopo la scomparsa di Emanuele. Mi accorsi che qui, vicino a casa mia, un'agente donna mi seguiva e mi stava fotografando con un teleobiettivo. Ero sconcertato. Perché seguivano me? Perché cominciavano le indagini proprio da me? Perché non cercavano invece di salvare Emanuele, che in quei giorni di marzo forse era ancora vivo? Poi, per anni, a casa nostra siamo stati tempestati di telefonate, qualcuno faceva squillare il telefono e poi non rispondeva mai. É come se ci volessero avvertire perennemente. E non erano certo mafiosi".

Lei ha idea di cosa avesse scoperto Emanuele sul fallito attentato all'Addaura?
"Io so soltanto che dal giorno dell'Addaura mio fratello era diventato sempre più taciturno. E poi, dall'autunno del 1989, sempre più cupo. Era preoccupatissimo. Passava quasi tutti i giorni da casa di mio padre, arrivava di umore nero e di umore nero se ne andava. Poi fece due stranissimi viaggi, lui che non amava viaggiare, gli piaceva stare a Palermo. Nell'estate del 1989 partì per la Tunisia. Ritornò in Tunisia anche nel dicembre di quell'anno. Io credo che abbia fatto quei viaggi per allontanarsi da qui".

Torniamo agli amici di Emanuele: perché quel poliziotto, così legato a suo fratello, secondo lei non venne mai a trovare voi familiari dopo la scomparsa?
"Fin dall'inizio della sua collaborazione con i servizi segreti, Emanuele naturalmente non parlava molto del suo lavoro. Si limitava a dirci con chi era in contatto. Ci parlava di un capitano dei carabinieri e di due angeli custodi, così li chiamava lui... uno era quel poliziotto, Enzo Di Blasi, con il quale erano stati compagni in palestra, facevano lotta libera a 18 anni. E poi si ritrovarono tutti e due a Roma in polizia. Mio fratello gli voleva bene, ma lui - dopo la scomparsa di Emanuele - non lo abbiamo più visto".

Lei sostiene di non avere mai avuto fiducia negli inquirenti. Ci sono stati altri episodi che l'hanno spinta a non dire niente in tutti questi anni?
"Molti. E soprattutto uno. Dopo la scomparsa di Emanuele è sparito anche un vigile del fuoco molto amico suo, Gaetano Genova. Si vedevano sempre con Emanuele. Una sera venne a casa mia un giovanissimo poliziotto per cercare di capire cosa sapevo io del loro rapporto. Anche in quella occasione sentii di non fidarmi. Non gli dissi nulla".

Perché oggi ha deciso di raccontare quello che sa?
"Perché stano affiorando frammenti di verità sulla morte di Emanuele e sull'Addaura. Perché, vent'anni fa, a parte la sfiducia nei confronti degli inquirenti, non potevo sapere che la morte di mio fratello potesse essere in qualche modo collegata al fallito attentato contro il giudice Falcone".

fonte la Repubblica

Il deputato del Pdl raccomandò la nipote del capomafia

Dalle indagini della Dia su Franco Mineo, indagato con l'accusa di essere il prestanome dei Galatolo, emerge un altro intervento per il clan. Il parlamentare regionale è un fedelissimo del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianfranco Miccichè

Anche la nipote del capomafia dell'Acquasanta, Salvatore Lo Cicero, si rivolgeva a Franco Mineo per una raccomandazione. Gli investigatori della Dia l'hanno intercettata mentre chiede al politico del Pdl di intercedere per l'apertura di un centro di analisi cliniche. "Intrattenevo certi rapporti magari per ipocrisia", si è difeso nei giorni scorsi Mineo, dopo aver ricevuto un avviso di garanzia in cui gli si contesta di essere stato prestanome di un rampollo di mafia, Angelo Galatolo. Doveva essere davvero tanta "l'ipocrisia". Perché le intercettazioni finite agli atti dell'inchiesta del procuratore aggiunto Ingroia e dei sostituti Padova e Scaletta mettono in risalto il grande interessamento di Mineo per certe richieste.

Nei giorni scorsi, Repubblica ha rivelato che il deputato regionale ha tentato di fare assumere il trafficante di droga Pietro Scotto (fratello di Gaetano, uno dei mandanti della strage Borsellino) al settore Ville e Giardini del Comune. Scotto fu poi assunto in un notissimo locale dell'Acquasanta, di cui era stata socia la moglie di Mineo. Un'altra raccomandazione al centro dell'inchiesta è quella sollecitata da Santina Lo Cicero, figlia di Giovanni e nipote di Salvatore: loro sono i fratelli terribili dell'Acquasanta, 83 e 79 anni, arrestati più volte e destinatari di una confisca da 25 milioni di euro. Secondo i pentiti avrebbero iniziato raccogliendo il pizzo per conto dei Madonia, poi sarebbero passati a fare riciclaggio con le loro ditte edili: intanto, gestivano il racket delle sepolture.

Le intercettazioni dicono dell'altro: Santina Lo Cicero avrebbe chiesto a Mineo di potere incontrare il deputato regionale Antonello Antinoro, attualmente sotto indagine per voto di scambio.

fonte : la Repubblica

I fondi per gli alluvionati utilizzati per le divise dei vigili urbani !

a Procura di Messina ha aperto un'inchiesta sulla destinazione di alcuni fondi raccolti per le persone colpite dall'alluvione dell'ottobre del 2009 e utilizzati, invece, secondo gli inquirenti, dal Comune di Scaletta (Me) per l'acquisto delle divise dei vigili urbani e per il servizio dello scuolabus e la sua manutenzione. Cinque consiglieri comunali si sarebbero opposti alla decisione di assegnare il denaro alla polizia municipale, ma la maggioranza ha votato a favore della diversa destinazione dei fondi. La delibera, però, imponeva la restituzione delle somme al momento dell'approvazione del bilancio di previsione 2010, cosa che non è accaduta. Sono dunque scattate le denunce dei residenti nel comune alluvionato e la procura ha iniziato le indagini disponendo l'acquisizione di tutti gli atti riguardanti i provvedimenti adottati dall'amministrazione comunale di Scaletta sui prelievi delle somme da un conto corrente 'pro alluvionati'.

fonte : SiciliaInformazioni

martedì 19 ottobre 2010

Il corpo del bandito Giuliano sarà riesumato il 28 ottobre

La disposizione della procura di Palermo che ha incaricato il medico legale Livio Milone per verificare se effettivamente quelli sepolti sono i resti del "re di Montelepre"

PALERMO. Sarà riesumata il 28 ottobre la salma del bandito Salvatore Giuliano. Lo ha disposto la procura di Palermo che ha dato l'incarico all'anatomopatologo Livio Milone. Lo scopo è verificare se quelli sepolti siano effettivamente i resti del "re di Montelepre". Milone eseguirà sulle spoglie l'esame del dna confrontando quello del cadavere con quello di alcuni familiari in vita di Giuliano. La Procura ha aperto un'indagine a carico di ignoti per omicidio e sostituzione di cadavere per verificare la fondatezza dei dubbi avanzati dallo storico Giuseppe Casarubea, secondo il quale il bandito in realtà sarebbe stato fatto fuggire all'estero e il cadavere esposto sarebbe di un sosia.
Secondo Casarubea, che ha presentato un esposto, il corpo apparterrebbe a un uomo ucciso proprio per nascondere la fuga di Giuliano. Nei mesi scorsi i pm Francesco Del Bene e Marcello Viola hanno interrogato, oltre allo storico, alcuni giornalisti che si sono occupati nel tempo della vicenda.

fonte : GIORNALE DI SICILIA .IT

lunedì 18 ottobre 2010

66 ANNI FA LA STRAGE DI VIA MAQUEDA

La mattina del 19 ottobre 1944, a Palermo, una manifestazione di impiegati, esasperati dalla fame, confluì in via Maqueda il corso principale della città in direzione della prefettura da poco riconsegnata dagli Alleati all' Italia. Dai fianchi della strada dove sorgono i quartieri popolari si unirono al corteo centinaia di persone che divenne imponente.
Chiedeva pane. La tensione era molto alta le condizioni di assoluta povertà in cui vivevano i palermitani aveva esasperato gli animi, le idee indipendentiste avevano preso piede in città e le invettive contro gli affamatori italiani vennero declamati a gran voce.
La prefettura, temendo che la manifestazione si trasformasse in sommossa ordinò l'intervento dei militari della divisione Sabauda a protezione del palazzo. Giunti nei pressi della prefettura i manifestanti disarmati si videro fronteggiati dai militi, la rabbia montò ma non ebbe modo di esprimersi, dal retro di un camion dei soldati, senza alcun preavviso, venne lanciata una bomba a mano sulla folla e i militari armati di moschetti aprirono il fuoco. Falciarono soprattutto giovani e ragazzi che si trovavano in prima fila altre due bombe vennero lanciate una di queste ferì 9 soldati.
La città venne totalmente militarizzata e in serata si dovettero chiamare i vigili del fuoco per lavare il sangue dalle strade. Il primo bilancio ufficiale fu di 16 morti 104 feriti. Una successiva inchiesta del CLN palermitano, tuttaltro che esaustiva, portò il numero dei morti a 30 ma la cifra esatta dell 'eccidio non si saprà mai, in molti morirono negli ospedali e nelle proprie case.
Una stima credibile parla di 90 morti e 180 feriti.
Nessun processo, nessuna inchiesta giudiziaria è stata fatta e questa vicenda senza colpevoli è stata inghiottita in un buco nero della Storia da cui non è più riemersa.
L ' EVIS CHIEDE CHE FINALMENTE LO STATO ITALIANO INDIVIDUI E CONDANNI I COLPEVOLI DELLA STRAGE DI VIA MAQUEDA

Neva Allegra, Segretaria Nazionale dell' EVIS - Partito per l 'Indipendenza della Sicilia

Sigilli alla casa al mare della moglie di Lombardo

La Procura della Repubblica di Modica ha disposto il sequestro di una casa di circa 70 metri quadrati a mare a Ispica nel Ragusano, di proprietà della moglie del presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, per un abuso edilizio su un immobile già ’sanato’. I sigilli sono stati posti la settimana scorsa su disposizione del procuratore capo Francesco Puleio. Contro il provvedimento del magistrato è pendente un ricorso davanti al Tribunale del riesame, la cui data non è stata ancora fissata. L’immobile sarebbe stato di proprietà del governatore e successivamente donato a sua moglie, Saveria Grosso.

fonte Livesicilia

Salvatore Giuliano: di sicuro c’è solo che (forse) è morto

Obitorio di Castelvetrano, 5 luglio 1950 (Pubbliphoto, Palermo)
Ricorre, il prossimo cinque luglio, il 60° anniversario della “morte” di Salvatore Giuliano. Molti si preparano alla commemorazione dell’evento anche se dovrebbero avere il pudore di tacere, visto che ad essere ricordato è un criminale incallito con quattrocento fascicoli e procedimenti penali aperti sul suo conto. Le accuse: stragi, insurrezione armata contro i poteri dello Stato, assalto contro i lavoratori in festa e le sedi della sinistra politica e sindacale, uccisione di carabinieri e civili, molti del suo stesso paese, Montelepre. Il bandito è trovato morto all’alba del 5 luglio 1950 nel cortile dell’avvocato De Maria, a Castelvetrano. Ma oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, forti dubbi nascono sulla “morte” di questo bandito politico che inaugura con Portella della Ginestra, la lunga catena dello stragismo italiano.

Obitorio di Castelvetrano, 5 luglio 1950
Di fronte a uno Stato che ha sempre fatto carte false, è doveroso dubitare persino di ciò che appare evidente. Specie se questa evidenza riguarda i personaggi che ne sono, a vario titolo, protagonisti. Come il “bandito” di Montelepre Salvatore Giuliano. Il primo attore italico sulla scena del terrorismo nostrano e anche il primo ad essere ufficialmente ammazzato, all’età di appena ventotto anni.

A certificarne la morte è il giornalista Tommaso Besozzi. Fa molta strada prima di arrivare come un militare in avanscoperta, sulla scena del combattimento. E, quando arriva, più che certezze raccoglie dubbi. Li descrive tutti in un articolo destinato a fare la storia del giornalismo italiano: “Un segreto nella fine di Giuliano. Di sicuro c’è solo che è morto”, uscito sul n. 29 de “L’Europeo” del 1950.

Si inaugura così la stagione del grande giornalismo di inchiesta, con gli organi di stampa che si spostano sui luoghi dei delitti e trasformano i reporter in combattenti per la verità. Esposti in prima linea, come in un vero e proprio conflitto bellico.

Sono i primi anni della Repubblica e quel cadavere che giace nel cortile De Maria, dove il bandito avrebbe trascorso l’ultima notte della sua vita, ne dichiara l’inaffidabilità e la spregiudicatezza. Il mistero sulle circostanze di un conflitto a fuoco mai avvenuto e la certezza di un omicidio annunciato e brutalmente eseguito. Come profetizzato qualche anno prima dal leader comunista siciliano Girolamo Li Causi.

Ma chi è veramente questo morto? E, soprattutto, chi sono i protagonisti di questa vicenda oscura?

Ad aiutarci a districare questo primo grande mistero del dopoguerra ci sono venuti in aiuto, negli ultimi dieci anni, migliaia di carte provenienti dagli archivi americani, inglesi e nostrani. Materiali che raccontano, ad esempio, la scoperta di un Servizio ultrasegreto – “l’Anello” o “Noto Servizio”– agli ordini diretti dell’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Come ci racconta Stefania Limiti nel volume “L’Anello della Repubblica” (Chiarelettere, 2009). I suoi obiettivi sono ben definiti: ostacolare le sinistre e condizionare il sistema politico con mezzi illegali, ma senza sovvertirlo. Questa organizzazione ultrasegreta non è stata una meteora: ha operato dal 1945 fino all’ inizio degli anni Ottanta.

Certo, se in quella torrida estate del 1950, Salvatore Giuliano – alla vigilia del processo di Viterbo, per gli eccidi siciliani della primavera 1947 – si fosse deciso a vuotare il sacco, sarebbe crollata l’Italia. A cominciare dalle sue nuove istituzioni repubblicane.

Questo è un thriller che inizia in un’altra estate, quella drammatica del ’43, quando un picciotto “dal carattere forte e determinato” – come scrivono i Servizi americani di stanza in Sicilia – inaugura la sua carriera terroristica nelle fila della rete nazifascista del Principe Valerio Pignatelli e delle Ss di Herbert Kappler. In breve, il “re di Montelepre” entrerà nei commandos della Decima Mas di Borghese inviati al Sud, con il nome di battaglia di “Giuliani”. Come egli stesso si firma di fronte a testimoni di sicura fede. Ad esempio, il giornalista Igor Man che lo intervista nella primavera del ’45 per la rivista “Crimen”. I Servizi militari alleati (Cic), al comando del colonnello americano Hill Dillon, lo definiscono “leader of a fascist band in Sicily”. Ma è nel dopoguerra che “Giuliani” si mette agli ordini dell’X-2 di Roma, il controspionaggio Usa guidato dal capitano James Angleton. L’obiettivo è uno solo: liberare l’isola dall’“infezione bolscevica”. Come Giuliano stesso scrive in diversi appelli a sua firma diffusi in quegli anni. Fino alle stragi siciliane del maggio-giugno 1947.

Una rara foto del lato sinistro della testa del cadavere
Sono anni in cui il Sis, il Servizio informazione e sicurezza, lo segnala a capo delle Sam (Squadre armate Mussolini) e dei Far (Fasci di azione rivoluzionaria) di Pino Romualdi, ex vicesegretario del Partito fascista repubblicano della Rsi. In queste carte c’è anche lo “Scugnizzo di Palermo”, Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, che la polizia considera “un Giuliano e mezzo”. Nel giugno ‘47 un lungo rapporto del Sis ci dice che Giuliano è “a totale disposizione delle formazioni nere”. E non è forse casuale che in una foto pubblicata nel volume di Pasquale Chessa, “Guerra Civile” (Mondadori), un giovane milite della Decima Mas – ritratto assieme al comandante Junio Valerio Borghese e al tenente Mauro De Mauro, in Galleria a Milano, il 10 aprile 1945 – presenti una forte somiglianza con Salvatore Giuliano. Ovvero, il “tenente Giuliano” o “Giuliani” più volte segnalato dal colonnello Hill Dillon, in quelle stesse settimane.

Sono temi, questi, da noi ampiamente trattati nel volume “Lupara Nera” (Bompiani, 2009).

Non sono da meno le carte desecretate a Londra e a Washington sul capitano Antonio Perenze e sul colonnello Ugo Luca, entrambi dell’Arma. Del primo, gli americani scrivono che nell’agosto ‘46 lavora a contatto con l’X-2 di Roma e che, su mandato del capitano del Cic Philip J. Corso, si incontra con Kappler detenuto a Forte Boccea. I Servizi Usa ottengono da Kappler e da Karl Hass gli elenchi degli agenti nazifascisti attivi in Italia fino alla fine della guerra e che ora servono per combattere il “bolscevismo”. Da qui la centralità della figura di Perenze in tutto l’affaire Giuliano. Su Luca il materiale abbonda. Lo spionaggio americano ci rivela che è sempre stato “vicino” al regime fascista e a Mussolini in persona e che in tale veste compie delicate missioni in Turchia, Spagna e in Medio Oriente fin dall’inizio degli anni Trenta. Anche l’Fbi si occupa di Luca. Nel 1959 segnala che intrattiene rapporti a Napoli con il superboss mafioso Lucky Luciano.

Insomma, il “re di Montelepre” si mette a capo di un esercito clandestino anticomunista. Con i suoi squadroni della morte attacca contadini e militanti socialisti, comunisti e sindacali. Mantiene la parola data a suo tempo a ministri, terroristi neofascisti, agenti dei Servizi italiani e americani. Come il “giornalista” Mike Stern, che è solito incontrare “Turiddu” in piazza San Silvestro a Roma fin dal 1945. Ma Stern si vedrà con Giuliano anche l’8 maggio ’47, una settimana dopo l’eccidio di Portella della Ginestra. E’ l’inizio della fine del capobanda. Non serve più. L’Italia si avvia a diventare centrista e tale rimarrà per molto tempo.

Montelepre, agosto 1947 (foto Chiaramonte)
Perchè si arriva alla messa in scena di Castelvetrano, la notte tra il 4 e il 5 luglio 1950? Perchè Perenze redige un rapporto giudiziario totalmente falso? Certo perchè protetto da Luca e dall’Unione patriottica anticomunista (Upa), composta unicamente da ufficiali dell’Arma. Questo organismo occulto, attivo dall’autunno ’46, ha un ruolo fondamentale nelle operazioni sotterranee contro la giovane democrazia italiana. Ce lo conferma, tra gli altri, l’inchiesta di Riccardo Longone pubblicata su “l’Unità”, organo ufficiale del Pci, all’inizio del ’47. Il giornalista ci svela l’esistenza delle manovre per un colpo di Stato e la dipendenza diretta dell’Upa dai Servizi di Angleton.

Sarebbe stato quindi prudente diffidare degli strani eventi di quella notte di luglio. Persino di quel cadavere che i Carabinieri dissero senza mezzi termini appartenere al famoso bandito di Montelepre.

Dopo le elezioni politiche del ’48, Giuliano si sente abbandonato dallo Stato col quale, da ex terrorista nazifascista, ha iniziato a trattare per trovare una via di fuga in Italia o all’Estero. Ma non succede nulla. Tutti fingono di non sentire. E a “Turiddu” saltano i nervi. Alza il tiro e il risultato è la strage di Bellolampo, il 19 agosto 1949, sullo stradale Palermo-Montelepre. Muoiono otto carabinieri.

E’ un chiaro messaggio per il colonnello Luca. Quando l’ispettore generale di Ps in Sicilia, Ciro Verdiani, accorre sul luogo dell’eccidio, con lui c’è anche il futuro capo del Comando forze repressione banditismo (Cfrb).

Altro personaggio equivoco, questo Verdiani. Secondo le carte del Sis, nell’estate ’46, quando ricopre l’incarico di questore di Roma, è in contatto con alcuni membri della banda Giuliano: Silvestro Cannamela, ex membro dei commandos della Decima Mas al Sud, e con il catanese Franco Garase, alias “lo zoppo”, referente della banda Giuliano nella capitale, a Firenze e ad Arezzo.

Luca, quindi, è in Sicilia prima ancora di essere investito dei suoi poteri. Forse sta ambientandosi prima di assumere l’incarico di capo del Cfrb, il 27 agosto 1949. Con Bellolampo, Giuliano lancia un messaggio preciso ai vertici occulti dell’Upa e, indirettamente, al ministro dell’Interno Mario Scelba. Non è casuale, visto che le carte inglesi desecretate nel 2005 e da noi pubblicate in “Lupara Nera”, ci raccontano che gli uomini di Scelba si incontrano segretamente a Roma con i capi del fascismo clandestino (Augusto Turati in testa) e con i vertici della Polizia e dei Servizi italiani, sotto l’ombrello protettivo del capitano Philip J. Corso dell’Intelligence Usa.

Giuliano, insomma, ricorre ancora una volta al terrorismo per trattare. Minaccia di vuotare il sacco. Ovvero verità inconfessabili come i legami tra Cosa nostra e lo Stato, il ruolo stragista dei Servizi di Angleton e Corso, la funzione degli ex uomini delle Brigate Nere e della Decima Mas al Sud, il ruolo occulto de l’”Anello” facente capo a De Gasperi e a Scelba.

La sostituzione di Verdiani con Luca è funzionale alla nuova linea del governo. Se Giuliano vuole trattare, trattiamo pure, sembrano dire i vertici dello Stato. Il momento è delicato. Si avvicina la data d’inizio del processo di Viterbo per le stragi del ’47 in Sicilia. Il bandito potrebbe cantare, preso alla gola. Salterebbe il banco. Ecco perchè Luca è l’uomo giusto al momento giusto. Con lui non ci sono più gli eserciti in mobilitazione permanente, i soldati che in massa circondano villaggi e paesi arrestando centinaia di persone. Ora invece entrano in azione gli uomini dei Servizi segreti italiani, sotto la copertura del Cfrb. Sono nuclei in borghese addestrati più all’intelligence che all’uso delle armi, secondo il modello sperimentato negli anni precedenti da Luca e Perenze. Soprattutto all’estero.

Da questo momento nulla è affidato più al caso. Il giornalista Jacopo Rizza intervista Giuliano il 17 novembre ‘49 in una masseria nei pressi di Salemi, per la rivista “Oggi”. Verdiani lo incontra un mese dopo a cena, portandosi dietro panettone e marsala. Il reportage esce in tre puntate tra il 22 dicembre ’49 e il 5 gennaio ’50. E’ uno scoop mondiale e le foto, scattate a decine da Italo D’Ambrosio e Ivo Meldolesi, fanno il giro del mondo in ventiquattro ore. Giuliano ora appare sorridente e tranquillo e si fa riprendere da una cinepresa in un contesto arcadico.

Ma perchè un terrorista sanguinario, ricercato da sette anni, decide esporsi in maniera così plateale? Qualcosa non quadra. Scrive il cognato di Giuliano, Pasquale ‘Pino’ Sciortino, considerato l’intellettuale della banda: “Un sosia di Giuliano, un giovane di Altofonte, eccezionalmente somigliante a Turiddu, aveva l’incarico di farsi vedere in giro, di mettersi in vista, di farsi notare. Il suo compito era quello di comportarsi in maniera tale da dare l’impressione alla gente di trovarsi alla presenza di Giuliano. Questo giovane, sosia di Turiddu, sparì da casa per sempre un giorno prima della ‘ammazzatina’ di Turiddu a Castelvetrano, e non se ne seppe più nulla”. E aggiunge: “Nelle quasi duecento foto scattate e nel film girato da D’Ambrosio e Meldolesi, Giuliano appariva tranquillo, sicuro di sè e leggermente ingrassato” (Cfr. Sandro Attanasio e Pasquale ‘Pino’ Sciortino, Storia di Salvatore Giuliano di Montelepre, Palermo, Edikronos, 1985, p. 209). I due autori notano, in ultimo, che l’aria spavalda dimostrata dall’uomo che appare nelle foto “non si confaceva con il carattere riservato del ragazzo di Montelepre”.

Ma non è solo il marito di Mariannina Giuliano, sorella di Turiddu, a mettere in dubbio molti eventi di quei mesi. A parlare, questa volta, è la signora Elisa Brai, proprietaria dell’agenzia fotografica Pubbliphoto di Palermo. La signora, figlia di un famoso fotografo siciliano, ci ha raccontato di avere incontrato più volte Sciortino tra il 1984 e il 1985, quando questi frequentava la sua agenzia per selezionare alcune foto da pubblicare nel volume sopra menzionato. Sciortino le rivela che a morire a Castelvetrano non è stato Turiddu ma un sosia, e che è proprio questo sosia ad essere stato sepolto nella tomba di famiglia a Montelepre.

Salemi, 17 novembre 1949.
Non è l’unica novità. La signora Brai ci ha svelato altri dettagli. Negli anni Novanta, quando preparava il libro “Il carabiniere e il bandito” (Mursia), l’ex maresciallo dei Cc Giovanni Lo Bianco, uno dei tre firmatari del Rapporto depistante sulla strage di Portella della Ginestra, raccontò alla signora Brai che Salvatore Giuliano, nei primi mesi del ‘50, viveva sotto falsa identità in casa di una aristocratica siciliana in via Marinuzzi a Palermo. Naturalmente sotto la protezione dell’Arma. Insomma, sia Giuliano sia il suo luogotenente Gaspare Pisciotta sono nelle mani dei Carabinieri. Così come Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, è il confidente numero uno del capo dell’ispettorato di Ps in Sicilia, Ettore Messana.

Per non parlare delle analisi sulle fotografie del cadavere di Castelvetrano compiute qualche anno fa dal prof. Alberto Bellocco (Università cattolica del Sacro Cuore di Milano), autore di oltre mille perizie legali in tutta Italia negli ultimi trent’anni. Secondo Bellocco, si rilevano differenze significative nelle immagini che ritraggono quel corpo senza vita. E’ un tema sul quale ritorneremo.

I punti oscuri, insomma, abbondano in questa vicenda. A sessant’anni dal fantomatico conflitto a fuoco di Castelvetrano del luglio ’50, basterebbe che la Magistratura ordinasse l’esame del Dna sul cadavere che risulta sepolto nella tomba della famiglia Giuliano a Montelepre, e su quello dei suoi parenti più stretti. Ecco perchè, il 5 maggio scorso, abbiamo scritto al Questore di Palermo chiedendo che le autorità competenti facciano le verifiche del caso. Lo dobbiamo a tutte le vittime delle stragi siciliane di quegli anni infami, che ancora oggi non hanno avuto giustizia alcuna dallo Stato.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

Fonte : blog del ricercatore storico Giuseppe Casarubbea

domenica 17 ottobre 2010

Il bandito Giuliano è veramente stato ucciso e sepolto? I dubbi di due storici portano alla riesumazione del cadavere

"Non abbiamo mai affermato né che il bandito Salvatore Giuliano sia fuggito all'estero, né che il cadavere esposto quella mattina appartenga a un sosia. Sono temi sui quali sta indagando la Procura di Palermo e sui quali ci si augura si possa presto addivenire a una definizione". Lo precisano in una nota gli storici Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino in merito alla decisione della Procura di affidare a un medico legale la riesumazione del corpo del bandito Giuliano per verificare se quelli sepolti sono effettivamente i resti del "re di Montelepre".
I magistrati hanno aperto l'inchiesta dopo l'esposto presentato da Casarrubea e Cereghino che hanno chiesto alla Procura "di intraprendere un'indagine conoscitiva per accertare l'identità della persona uccisa nel cortile dell'avvocato Di Maria (Castelvetrano), la notte tra il 4 e il 5 luglio 1950, rispondente al nome di Salvatore Giuliano, autore di stragi e omicidi, commessi in Sicilia negli anni che vanno dal 2 settembre 1943 e fino alla data del luglio 1950". Secondo Casarrubea e Cereghino "vi sono fondati motivi per ritenere che il cadavere ritratto nel suddetto cortile e nell'obitorio del cimitero di Castelvetrano non siano la medesima persona ritratta in decine di fotografie e in un filmato del dicembre 1949 come il bandito Salvatore Giuliano".

fonte : SiciliaInformazioni.com

sabato 16 ottobre 2010

Vicenza, indagato per truffa l’assessore regionale della Lega nord.

La procura di Vicenza ha iscritto nel registro degli indagati per il reato di truffa l’assessore regionale al Turismo Marino Finozzi (Lega Nord). Un’accusa che il politica condivide con altri due imprenditori. La notizia viene pubblicata oggi dal Corriere del Veneto. L’inchiesta coordinata dalla procura di Vicenza nasce da un esposto presentato da un fotografo. Finozzi e i suoi soci non avrebbero saldato un debito contratto nell’ambito dell’attività imprenditoriale. Quando, però, i giudici hanno deciso il pignoramento, la società era sparita.

Marino Finozzi, a capo di un’impresa produttrice di sedie, fallita nel 2009, dal 2005 si era impegnato nella Venice Tecnologies srl, società attiva nel settore dei mobili. Un fotografo era stato incaricato dall’allora capo del consiglio d’amministrazione di preparare un catalogo con immagini dei prodotti.

Dopo due anni di lavoro il fotografo si era presentato in ditta per riscuotere il compenso superiore a 10mila euro. I soldi per pagarlo, però, non c’erano più. In quello stesso periodo l’ad aveva ceduto la carica a Finozzi. Come rappresentante legale della società. L’assessore, si apprende dal quotidiano veneto, aveva sottoscritto un piano di rientro del debito, che però non era stato onorato. A quel punto il fotografo si era rivolto all’ avvocato. Finozzi e i due soci con cui era stata avviata l’attività, si erano giustificati adducendo come causa del mancato pagamento, il contraccolpo della crisi che aveva investito il settore mobiliero nel 2008. L’avvocato di era riuscito a ottenere un decreto ingiuntivo per pignorare i beni della società, ma secondo l’accusa, quando il provvedimento è diventato esecutivo, la sede della Venice Tecnologies era desolatamente vuota.

Secondo il fotografo questa “sparizione” sarebbe una vera e propria truffa. A seguito dell’esposto, la magistratura ha avviato le indagini coordinate dal pm Claudia Dal Martello. La procura vuole stabilire se la cessazione dell’attività sia stata una manovra strategica per aggirare il creditore, o se, invece, i tempi necessari per l’ottenimento del pignoramento dei beni aziendali e la conclusione delle attività della società siano solo una coincidenza temporale, favorita dalla crisi generale che ha messo molte imprese in ginocchio. In questo secondo caso, la questione diventerebbe risarcitoria, con l’archiviazione delle accuse.

L’assessore sarà sentito a breve. Il suo avvocato ha dichiarato: “Sono molto fiducioso, non ci sono gli estremi per procedere penalmente. Nessuno ha detto che il debito non sarà pagato”. Secondo il legale “ La questione andava discussa sul piano civile».

Fonte: IlFattoQuotidiano

venerdì 15 ottobre 2010

Ma è una vergogna essere politici siciliani

Franco Mineo lo dice al telefono in una intercettazione: “Non è una vergogna essere ricchi”. E’ una frase pericolosa, forse innocente. Ma noi che stiamo dall’altra parte della sbarra, nella zona di quelli che non sono stati salvati da una elezione amica, la leggiamo con rancore. Ci sentiamo un’eco di trionfo, il sorriso dell”‘uomo senza qualità” che è diventato satrapo e adesso guarda il crollo del mondo da un oblò. “C’era na vorta un re che da un palazzo manno fora a li popoli st’editto: io so io io, voi nun sete un cazzo!” (Giuseppe Gioacchino Belli). E il lettore perdoni la crudezza, ma il Palazzo – a prescindere dal colto e inclito Mineo che avrà sicuramente tutti i titoli a posto e il cui riferimento all’assenza di qualità era un gioco, una citazione letteraria – è pieno di sgualdrine e topi che si sono salvati dal diluvio universale. Ratti a cui abbiamo fornito noi la zattera con votazioni inconcepibili, sperando che lanciassero una gomena, un salvagente. Invece costoro sono diventati ricchi alle nostre spalle. E si divertono, mentre noi affoghiamo. Ballano il fox trot sul cuore del Titanic altrui.

Scontiamo, per nostra colpa, nostra grandissima colpa, una classe politica di illetterati. Incapaci di governare e purtroppo nemmeno in grado di offrire uno spettacolo di decenza appena sufficiente. Sulle labbra potenti che ridono c’è il marchio di uno squallido privilegio, quello è il confine tra l’ancien regime e il popolo che sbatte le sue scodelle fuori dai cancelli. Già, il popolo, sempre presente nei discorsi e nelle pie intenzioni dei nostri padroncini. Citato con percentuali record, eppure mai così vilipeso.

Le prove sono sotto gli occhi. Raffaele Lombardo mette su un governo, che sarà pure una pozione magica, per carità, qualche dubbio lo nutriamo, ma che rappresenta un ribaltone, un pasticcio sideralmente lontano dal mandato delle urne che è il solo passaggio democratico certo e garantito, per quanto è dato di sapere. Miccichè è impegnato nei suoi dubbiosi cazzicatummuli fino a Berlusconi e ritorno, passando per Lombardo. I centristi covano i pugnali nell’ombra. Si lacerano, si inchiodano, si tradiscono sempre col ”popolo siciliano” in bocca. Sono il peggio della peggiore Dc che almeno sapeva il latino. Il Pd va al potere con una scorciatoia “per il bene della Sicilia”, naturalmente. Una di quelle scorciatoie che ammazzano una volta e per tutte la credibilità di un partito. Vedrete alle prossime elezioni.

E sapete cosa fanno i nostri re e i loro lacché quando vengono scoperti con le dita nel miele? Scrivono proclami adirati via sms, via web, o a voce. Loro che sono puri ti rimproverano. Intimano: “Vergognati!”. Non sono nemmeno bravi a recitare il rossore dello sdegno, servi della gleba e sovrani del nostro tempo, perché per esercitare correttamente l’indignazione, bisognerebbe prima conoscere la dignità, elemento chimico alieno al Palazzo e ai suoi frequentatori. No, non c’è dignita a essere politici siciliani in questo cupo tramonto. Ci sono solo (tanti) soldi. Evidentemente bastano.

fonte Livesicilia